Lasciate ogne speranza, Voi ch' intrate...
Vi aspetta un viaggio nella Cultura, nella Filosofia, nella Poesia, nella Sociologia, nel Gossip......by Phil :-)
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mercoledì 15 gennaio 2025
storie d'amore dall'Irlanda:La ricerca di Diarmuid e Gráinn
TRATTO DA IRLANDA
1. La ricerca di Diarmuid e Gráinne
Questa leggenda di amanti in fuga ha tutto:
antichi guerrieri, pozioni per dormire e mantelli
dell'invisibilità. Fidanzata con l'anziano vedovo
Fionn mac Cumhaill, Gráinne si innamora invece
di Diarmuid, uno dei guerrieri di Fionn, e la
coppia fugge. Fionn li insegue nella campagna
fino a quando, dopo una serie di avventure,
Diarmuid incontra un tragico destino. Oggi,
i paesaggi attraversati dalla coppia testimoniano
ancora questa storia d'amore: nella contea di
Sligo, sopra il percorso ad anello di Gleniff
Horseshoe, si dice che "la grotta di Diarmuid e
Gráinne" fosse il loro ultimo nascondiglio.
In tutta l'Irlanda troverai anche dolmen
(tombe di pietra megalitiche) che dominano
il paesaggio e che sono chiamate
"leaba Dhiarmada agus Gráinne" o
"il letto di Diarmuid e Gráinne".
mercoledì 8 gennaio 2025
biografia:Giacomo Leopardi
TRATTO DA BIOGRAFIE
Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno del 1798
a Recanati (Macerata) dal conte Monaldo e da
Adelaide dei Marchesi Antici. Il padre, dotato
di squisiti gusti letterari e artistici, riuscì
a collezionare un'importante biblioteca domestica,
contenente migliaia di libri e che vedrà il giovane
Giacomo frequentatore assiduo, tanto che a tredici
anni già si dilettava di letture greche, francesi e
inglesi, di fatto insensibile alle esortazioni paterne
che avrebbe voluto per lui la conduzione di una vita
più sana e dinamica.
Nella biblioteca di casa trascorre i "sette anni
di studio matto e disperatissimo" nella volontà di
impossessarsi del più ampio universo possibile: sono
anni che compromettono irrimediabilmente la salute
e l'aspetto esteriore di Giacomo, fonte fra l'altro
delle eterne diceriesulla nascita del cosiddetto pessimismo
leopardiano. Leopardi stesso si è invece sempre opposto
al tentativo di svilire la portata delle sue convinzioni,
contestando che queste nascessero da quelle. La verità
è che il precoce letterato soffriva di una forma di
ipersensibilità che lo teneva lontano da tutto ciò
che avrebbe potuto farlo soffrire, tra cui vanno
ascritti di diritto i rapporti interpersonali. A
diciotto anni scriveva odi greche facendole credere
antiche, e cominciava a pubblicare opere
d'erudizione storica e filologica. Il padre
Monaldo, organizzava accademie in famiglia per
farvi brillare l'ingegno del figlio, ma questi
ormai sognava un mondo più grande, un pubblico
più vario e meno provinciale.
Tra il 1815 ed il 1816 si attua quella
che è divenuta famosa come la "conversione letteraria"
di Leopardi, il passaggio cioè dalla semplice
erudizione alla poesia; quella che lo stesso
Leopardi definì appunto "passaggio dalla erudizione
al bello". Seguirà l'abbandono della concezione
politica reazionaria del padre ed il distacco
dalla religione cattolica.È il 1816, in particolare,
l'anno in cui più distintamente la vocazione alla
poesia si fa sentire, pur tra le tante opere di
erudizione che ancora occupano il campo: accanto
alle traduzioni del primo libro dell'Odissea e
del secondo dell'Eneide, compone una lirica,
"Le rimembranze," una cantica e un inno.
Interviene nella polemica milanese tra classici
e romantici. Nel 1817 si registrano nuove traduzioni
e prove poetiche significative.
La vita di Giacomo Leopardi in sè è povera di
vicende esteriori: è la "storia di un'anima".
(Con questo titolo il Leopardi aveva immaginato
di scrivere un romanzo autobiografico). È un
dramma vissuto e sofferto nell'intimità dello
spirito.È il 1816, in particolare, l'anno in
cui più distintamente la vocazione alla poesia
si fa sentire, pur tra le tante opere di erudizione
che ancora occupano il campo: accanto alle traduzioni
del primo libro dell'Odissea e del secondo
dell'Eneide, compone una lirica,
"Le rimembranze," una cantica e un inno.
Interviene nella polemica milanese tra
classici e romantici. Nel 1817 si registrano
nuove traduzioni e prove poetiche significativeIl poe
ta, e così nella sua trasfigurazione
l'essere umano "tout-court" aspira ad
un'infinita felicità che è totalmente
impossibile; la vita è inutile dolore;
l'intelligenza non apre la via ad alcun
mondo superiore poiché questo non esiste
se non nell'illusione umana; l'intelligenza
serve soltanto a farci capire che dal nulla
siamo venuti e al nulla torneremo, mentre la
fatica e il dolore di vivere nulla costruiscono.
Nel 1817, sofferente per una deformazione
alla colonna vertebrale e per disturbi nervosi,
stringe rapporti epistolari con Pietro Giordani,
che conoscerà di persona solo l'anno dopo e che
presterà sempre umana comprensione agli sfoghi
dell'amico. In questo periodo il grande poeta
comincia fra l'altro ad annotare i primi pensieri
per lo Zibaldone e scrive alcuni sonetti. Il 1818,
invece, è l'anno in cuiLeopardi rivela la sua conversione,
con il primo scritto che abbia valore di manifesto poetico:
il "Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica",
in difesa della poesia classica; inoltre pubblica a Roma,
con dedica a Vincenzo Monti, le due canzoni "All'Italia"
e "Sopra il monumento di Dante". Intanto, è colpito da
una grave malattia agli occhi che gli impedisce non solo
di leggere, ma anche di pensare, tanto che più volte
medita il suicidio.
Matura in questo clima la cosiddetta "conversione filosofica",
ossia il passaggio dalla poesia alla filosofia, dalla condizione
"antica" (naturalmente felice e poetica) alla "moderna"
(dominata dall'infelicità e dalla noia), secondo un percorso
che riproduce a livello individuale l'itinerario che il
genere umano si trovò a compiere nella sua storia. In
altre parole, la condizione originaria della poesia si
allontana ai suoi occhi sempre più nelle epoche passate,
e appare irriproducibile nell'età presente, dove la
ragione ha inibito la possibilità di dare vita ai fantasmi
della fantasia e dell'illusione.Sfortunatamente, in questo
periodo si innamora pure segretamente della cugina Geltrude
Cassi Lazzari, che rappresenta uno dei suoi tanti amori non
corrisposti, amori ai quali il poeta attribuiva capacità
quasi salvifiche di lenimento delle pene dell'anima. Finalmente
nel febbraio del 1823 Giacomo può realizzare, col permesso paterno,
il sogno di uscire da Recanati dove si sentiva prigioniero di
un ambiente mediocre, che non lo sapeva né lo poteva comprendere.
Ma recatosi a Roma presso lo zio materno, rimane profondamente
deluso dalla città, troppo frivola e poco ospitale.Lo commuove
soltanto il sepolcro del Tasso. Ritornato a Recanati,
vi rimane due anni. Prende poi dimora a Milano (1825)
dove conosce Vincenzo Monti; e poi ancora a Bologna
(1826), Firenze (1827), dove conosce Vieusseux, Niccolini,
Colletta, Alessandro Manzoni, e Pisa (1827-28).
Si mantiene con lo stipendio mensile dell'editore
milanese Stella, per il quale cura il commento alle
rime del Petrarca, esegue traduzioni dal greco e compila
due antologie di letteratura italiana: poesie e prose.
Venutegli a mancare queste entrate torna a Recanati
(1828). Nell'Aprile del 1830 torna a Firenze su invito
del Colletta; qui stringe amicizia con l'esule napoletano
Antonio Ranieri, il cui sodalizio durerà sino alla morte
del poeta.Nel 1831 vede la luce a Firenze l'edizione dei
"Canti". Nel 1833 parte con Ranieri alla volta di Napoli,
dove due anni più tardi firma con l'editore Starita
un contratto per la pubblicazione delle proprie opere.
Nel 1836, per sfuggire alla minaccia del colera,
si trasferisce alle falde del Vesuvio, dove compose due grandi
liriche: "Il tramonto della luna" e "La ginestra".
Il 14 giugno 1837 muore improvvisamente, a soli 39 anni,
per l'aggravarsi dei mali che lo affliggevano da tempo.
mercoledì 9 ottobre 2024
Torta africana fredda, golosa e senza cottura.
TRATTO DA RICETTA SPRINT
Ingredienti
100 g di biscotti al cacao
50 g di burro oppure ricotta
Per la farcitura:
150 g di cioccolato fondnete
70 g di latte
250 ml di panna
2 cucchiai di cacao
Prendiamo il cioccolato e tagliamolo a
pezzetti e facciamolo sciogliere o in
microonde o in un pentolino. Riscaldiamo
il latte e versiamolo nel cioccolato e mescoliamo.
Lasciamo che si freddi. Tritiamo i biscotti
e mescoliamoli al burro, questa sarà la base.
Ammassiamo bene il composto e mettiamolo
in freezer e quando sarà completamente freddo
il cioccolato, montiamo la panna e versiamola
dentro poco per volta insieme al cacao setacciato.
Prendiamola base dal freezer e versiamo il
composto all’interno. Lasciamo in freezer
per altri 4o minuti. Decoriamo con scaglie
di cioccolato e biscotti oppure semplicemente
spolveriamo con cacao prima di servirlo.
mercoledì 24 luglio 2024
POLIGNANO A MARE : STORIA
TRATTO DA PRO LOCO.
La frequentazione antropica dell’antica Neapoleis
Pauceta risale al paleolitico medio e superiore,
come attestano i numerosi ritrovamenti in località
Ripagnola – Grotta del Guardiano e Grotta dei Ladroni
e soprattutto nella contrada Scorza di Santa Barbara
con l’ipogeo Manfredi che costituisce uno dei più
rilevanti insediamenti nella paleostoria neolitica
della Puglia centrale.
Secondo alcuni, l’antica città di Neapolis
sarebbe una delle due colonie fondate nel IV
secolo A.C da Dionigi II di Siracusa, detto il
giovane, dipendente dalla madre patria Corinto;
altri, affermano che sarebbe stato Giulio Cesare in
persona a fondare la città di Polignano, snodo
centrale lungo la via Traiana che collegava
Brindisi alla capitale.
Vero è che Polignano divenne fiorente
centro di commercio, favorita dalla vicinanza
alle rotte commerciali e dalle presenza di cale
che, come nel caso dell’odiena San Vito, fungevano
da approdi naturali. Prospera fino a coniare moneta
di stampo greco recante l’iscrizione “NEAII”
come attestano i ritrovamenti condotti a seguito
di scavi operati nel XVIII secolo nella mensa
vescovile, attualmente Piazza Aldo Moro.
Nel VI secolo fu sotto la giurisdizione
dell’impero Bizantino, la città sviluppò una
vera e propria struttura municipale che la rese
sede di diocesi, già forse nel 672 e fino al 1818.
La presenza dei popoli stranieri si sussegue con
la dominazione normanna del XI secolo che rilanciò
la produzione dell’olio d’oliva e rese fervidi i
commerci. Alla dominazione degli Angioini si deve
l’opera di fortificazione del borgo per garantire
la difesa dalle incursioni dei turchi e dalle
epidemie che spesso arrivavano proprio dal mare.
Divenne sempre più fitta e fervida rete commerciale
in epoca Aragonese. Mercanti e uomini d’affari
di ogni dove, soprattutto sotto l’egida del dominio
veneziano che durò vent’anni, si davano appuntamento
a Polignano. Ciò nonostante, Polignano non può essere
annoverata tra i più importanti porti rinascimentali,
a causa della sua ubicazione a strapiombo sul mare
che le impedì di dotarsi di un porto efficiente –
ecco così spiegata la vocazione per lo più agricola
della città dedita, ieri come oggi , ai commerci
con l’entroterra.
Retta da famiglie illusti come gli slavi Rodolovich
ed i napoletani Leto, il feudo di Polignano fu poi
venduto nel 1795 al barone Pasquale La Greca. Con
fervore Polignano aderì ai moti risorgimentali, e
fra reazione e brigantaggio, fu terra di patrioti
e briganti.
Nel 1862 il sindaco Bartolomeo Nicola Giuliani
in consiglio municipale, deliberò di aggiungere
al nome di Polignano la dizione “a mare” che
il re Vittorio Emanuele II sancì con decreto
regio nel 1864
CON QUESTA BELLA STORIA DEL COMUNE DI POLIGNANO A MARE
IL BLOG DI SMINZ AUGURA BUONE VACANZE, E A RILEGGERCI IL 7 SETTEMBRE
2O24.
giovedì 15 febbraio 2024
Salvador Dalí- BIOGRAFIE
TRATTO DA BIOGRAFIE
Cocktail ben assortito di genialità e delirio,
pittore del surreale e di mondi onirici, Salvador
Dalí ha avuto una vita segnata dalla stranezza
fin dal principio. Nato a Figueras il giorno 11
maggio 1904 - il nome completo è Salvador Domingo
Felipe Jacinto Dalí Domènech, marchese di Pùbol -
dopo tre anni dalla morte del primo fratello, il
padre pensò bene di chiamarlo allo stesso modo,
forse per non essere mai riuscito a dimenticare il
primogenito. Una circostanza un po' "malata", che
non ha certo giovato all'equilibrio mentale del
piccolo Salvador, il quale, natìo della Catalogna,
appena adolescente espone alcuni dipinti presso il
teatro municipale della sua cittadina, riscuotendo
un significativo apprezzamento critico.
Nel 1921 si iscrive all'Accademia di belle arti
di San Fernando a Madrid, dove stringe amicizia
con il regista Luis Buñuel e il poeta Federico
Garcìa Lorca. Con quest'ultimo trascorre l'estate
a Cadaqués nel 1925. L'anno successivo soggiorna a
Parigi, dove incontra Pablo Picasso, e viene espulso
dall'Accademia. La sua prima pittura è connotata dalle
influenze futuriste, cubiste, e soprattutto dall'opera
di Giorgio De Chirico. Negli anni successivi il suo
sodalizio artistico e intellettuale con Lorca e Buñuel
produce lavori di scenografia teatrale e cinematografica,
come i due celebri film "Un chien andalou "e "L'âge d'or".
Sul piano pittorico ben presto la sua attenzione
viene attirata dalle riproduzioni di dipinti di
Max Ernst, Miró e Tanguy, i maestri dell'inconscio
tradotto su tela. Nel 1929 entra finalmente nel
gruppo dei surrealisti e nel 1931, insieme a
Breton, elabora gli "oggetti surrealisti a funzione
simbolica". Ma il surrealismo di Salvador Dalí è
comunque fortemente personalizzato: ispirato
a De Chirico ed imbevuto di richiami alla psicanalisi
freudiana, é caratterizzato da una tecnica minuziosa,
levigata e fredda.
Nel 1930 pubblica "La femme visible", saggio
dedicato a Gala, sua moglie dal 1929, modella
e musa per tutta la vita. Questo libro segna un
nuovo orientamento di Dalí, che inizia a coniugare
un realismo quasi accademico con un delirio deformante,
talvolta macabro. Qualche anno dopo si scontra con i
surrealisti a proposito del dipinto "L'enigma di Guglielmo
Tell", sinché nel 1936 avviene una prima rottura con il
gruppo di Breton, che diventerà definitiva tre anni dopo.
Nel frattempo Dalí aveva partecipato all'Esposizione
internazionale dei surrealisti a Parigi e ad Amsterdam.
Tra il 1940 e il 1948 vive a New York, insieme a
Gala Éluard, occupandosi di moda e design. In questi
anni ha occasione di esporre le sue opere al Museum of
Modern Art insieme a Miró e di contribuire, con il
disegno delle scene, al film di Alfred Hitchcock "Io ti salverò".
Al termine del soggiorno statunitense rientra in Europa
insieme a Gala.
Nel 1949 prosegue l'attività scenografica per
il cinema collaborando con Luchino Visconti. Nel
decennio sucessivo espone in Italia, a Roma e
Venezia, e a Washington. Nel 1961 viene messo in
scena a Venezia il Ballet de Gala, con coreografie
di Maurice Béjart. Sono molte le esposizioni negli
anni successivi, a New York, Parigi, Londra, sino
all'importante antologica a Madrid e Barcellona nel 1983.
Sette anni dopo espone le sue opere stereoscopiche
al Guggenheim Museum e a maggio del 1978 viene nominato
membro dell' Accadémie des Beaux-Artes di Parigi.
L' anno seguente si tiene una retrospettiva di Dalí
al centre Georges Pompidou di Parigi, trasferita poi
alla Tate Gallery di Londra. Il 10 giugno 1982 muore
Gala e nel luglio dello stesso anno gli viene conferito
il titolo di "archese di Pùbol" Nel maggio del 1983 dipinge
"La coda di rondine", suo ultimo quadro. Nel 1984 riporta gravi
ustioni a causa dell'incendio della sua camera al castello di Pùbol,
dove ormai risiede stabilmente. Salvador Dalì muore il 23 gennaio 1989
nella torre Galatea a causa di un colpo apoplettico.
In rispetto alle sue volontà viene sepolto nella cripta
del Teatro-Museo Dalí a Figueras. Nel suo testamento lascia
allo Stato spagnolo tutte le opere e le sue proprietà.
Viene organizzata una grande retrospettiva postuma
nella Staatsgalerie di Stoccarda, trasferita poi
alla Kunsthaus Zurich.
mercoledì 19 aprile 2023
misteri:SERIAL KILLER-COLLEEN STAN, SETTE ANNI NELL’INFERNO DI CAMERON HOOKER.
TRATTO DA IL PARANORMALE.COM
Lo si dice sempre: affinché un rapporto
tra due persone persista nel tempo c’è
bisogno di complicità, di affinità, di
condividere pensieri, emozioni e desideri.
Questa frase però, inserita nel contesto
delle coppie criminali fa decisamente
scappare da ridere. Cosa spinge una donna
(ma non è sempre così, a volte capita anche
al contrario) ad accettare un rapporto in cui
il proprio uomo imprigioni, stupri, torturi
e arrivi anche ad uccidere un’altra donna? Cosa
le fa pensare che lei non faccia la stessa fine
e cosa le passa per la mente quando, pur di
assecondarlo, lei stessa infierisce sulla vittima?
Non sono la persona più adatta a rispondere,
ma certamente casi come quello di cui sto per
parlarvi devono far riflette su quanto strana
sia la psiche umana. Tutto ruota attorno a Cameron
e Janice, una coppia apparentemente normale e
felice californiana con addirittura una bambina
avuta da poco.
Cameron Hooker nacque ad Alturas, sempre in
California, il 5 novembre 1953. Era
conosciuto come un ragazzo molto introverso,
non bello, magrissimo e occhialuto:
la classica vittima dei bulli. In
compenso a scuola era ritenuto quasi
un genio, brillante in ogni materia e
un ragazzo dall’immaginazione davvero
spiccata. Forse proprio quell’essere
silenzioso e schivo lo costrinse a
lasciare la scuola prima del diploma
per finire a lavorare in una segheria
locale, dove si scontrò con la rude
vita operaia di uomini grossolani e
piuttosto materiali.
Col tempo si abituò a quella vita fin
troppo, limitando le sue lettura a
giornaletti pornografici e a videocassette
hard che guardava nelle pause o durante
il lavoro; le sue fantasie si moltiplicarono
velocemente arrivando a preferire scene
di sesso estremo, bondage, sadomaso e
dominazione totale, fino a provare un
morboso interesse per le torture. Non
sto parlando di un trentenne: quelle
idee le aveva già a soli 19 anni,
quando incontro la timida quindicenne
Janice (il cognome non è noto).
Janice non era particolarmente bella,
era timida e aveva una bassa autostima:
la preda ideale per uno come Cameron. Tra
di loro nacque una relazione sin da subito
molto strana: lei era contenta di
accompagnarsi ad un bel ragazzo con
una macchina tutta sua e farsi vedere
dalle amiche, lui riuscì a convincerla
a sperimentare tutto quello che aveva
fino ad allora solo visto sulle riviste.
Hooker un giorno la portò in un bosco
e decise di capire fin dove potesse
arrivare con lei: la legò ad un albero,
le tagliò i vestiti e iniziò a picchiarla
con violenza. Janice, sebbene sconvolta
dalla paura e dalla vista del sangue
(sì, lui la ferì diverse volta con una frusta),
aveva più paura di perdere lui e tornare ad
essere una ragazza invisibile, così si
dimostrò obbediente e soddisfò i desideri
del suo ragazzo. Non c’era più dubbio:
Cameron aveva trovato la sua anima gemella.
I due si sposarono nel 1975, presero in
affitto una casa a Red Bluff e lì Cameron
sfogò la sua perversione e il suo sadismo,
fino probabilmente a causare nella donna
una reazione negativa. Decise allora di
darsi una calmata e provò alcuni mesi a
comportarsi in modo meno aggressivo.
Nuovamente i due trovarono una sorta
di accordo malato: Janice voleva una
vita “normale” e desiderava un bambino,
lui voleva invece dare sfogo alle sue
perversioni senza freno; la soluzione
era inserire nella coppia una terza
persona, una ragazza che subisse il
volere di Cameron mentre Janice
allevava i figli e manteneva un
basso profilo.
Janice accettò di lasciare a Cameron
una schiava a patto che Cameron non
avesse rapporti sessuali con lei.
Molti criminologi hanno cercato di
giustificare il comportamento che
questo momento Janice ebbe e hanno
sminuito le sue colpe riducendola a
interventi marginali e “scusabili”
dalla sua paura che Cameron la lasciasse
e se ne andasse di casa. Lei stessa
nella sua confessione disse che era
disgustata dal comportamento del marito,
ciò nonostante vennero trovate moltissime
prove che lei partecipò alle violenze,
agli stupri e alle umiliazioni che
inflisse il marito alle prigioniere. Oltre
a questo giocò un ruolo fondamentale per
attirare le vittime di Hooker e più
volte si eccitò sessualmente nell’assistere
alla dimostrazione di potere del marito
sulle loro vittime.
Nel gennaio 1976 i due diedero un
passaggio ad una 18enne di nome
Marliz Elizabeth Spannhake, che
raccolsero nella vicina città di
Chico. la ragazza stava andando a
casa dopo una festa e si aspettava
che la coppia la riportasse a casa,
ma Camaeron guidò per oltre mezzora
fino a condurla in un bosco isolato
dove nessuno l’avrebbe sentita urlare.
Lì Cameron la stordì con diversi pugni,
poi la legò e le chiuse la bocca legando
le mascelle con la cinghia; infine bloccò
la sua testa in una scatola di cartone
che aveva progettato per un suo gioco
sessuale. Dopo averla violentata e
torturata i due la caricarono di nuovo
in macchina e la portarono a casa loro,
dove arrivò priva di sensi.
A casa la portarono in cantina, la
denudarono e l’appesero per i polsi
al soffitto. Quando la ragazza si riprese
i due le dissero che ogni volta che avesse
urlato o pianto Cameron ci sarebbe andato
sempre più pesante, a costo di ucciderla.
La ragazza era terrorizzata e riuscì a
resistere solo alcuni giorni: non si
sa esattamente come successe perché sul
suo caso sono stati forniti pochissimi
dettagli, ma secondo ciò che disse Janice
il suo compagno, sentendo la ragazza urlare
a squarciagola quasi tutto il giorno, una
notte disse a Janice che voleva una schiava
silenziosa; sta di fatto che Cameron alla
ragazza tagliò le corde vocali e quando
si rese conto che la ragazza stava
soffocando le sparò con una pistola in
pancia diversi colpi uccidendola.
Il giorno dopo gli Hooker caricarono
il cadavere in auto e lo seppellirono
in montagna in una fossa nel terreno.
I resti non vennero mai ritrovati perché.
sebbene Janice in cambio di uno sconto
della pena condusse gli inquirenti sul
posto, non riuscì a ritrovare il luogo
esatto dove seppellirono la ragazza.
Di conseguenza non vi furono prove
sufficienti per incriminare Cameron
Hooker di omicidio durante il processo.
La coppia ebbe la prima figlia e sembrò
darsi una calmata, fino all’anno successivo
quando iniziò una delle storie più atroci mai
vissute. Sì, questo era solo l’introduzione
al caso di Colleen, soprannominata
“The Girl in the Box” (troverete molto
a riguardo cercando in rete).
Era il 19 maggio del 1977 e Colleen Stan
(è un nome fittizio per tutelarla oggi), d
i soli 20 anni, faceva l’autostop tra
Eugene e Westwood, al confine tra Oregon
e California del Nord. Stava cercando
di raggiungere un amico che festeggiava
il suo compleanno. Ebbe la sfortuna di
ricevere un passaggio da parte delle
persone sbagliate.
Collen anni dopo la conclusione della
vicenda affermò che quando la macchina
si fermò notò Cameron, Janice e la loro
bambina sul seggiolone dietro: la tipica
famiglia amorevole e di cui nessuno
sospetterebbe.
La giovane coppia le offrì un passaggio
sulla loro Dodge Colt blu ed entrambi
sembravano persone miti e rassicuranti:
l’uomo era pacato nei comportamenti e lei
era la tipica madre apprensiva per la piccola
e dal volto acqua e sapone.
Colleen chiacchierò con gli Hookers
amabilmente, fino a quando Cameron iniziò
a parlarle di incidenti che capitavano
agli autostoppisti, del fatto che molti
sparivano nel nulla o li trovavano morti.
Quando Cameron si fermò all’autogrill
per fare carburante Colleen disse che
doveva andare in bagno e si convinse
a cercare qualcun altro che le desse
un passaggio, ma poi ci ripensò dato
che entrambi gli Hooker dopo tutto erano
stati molto gentili con lei. Si convinse
semplicemente che Cameron avesse fatto u
na qualche battuta che lei non aveva
afferrato e che non ci fosse alcun
pericolo nel proseguire il viaggio con loro.
Gli Hookers avevano comprato delle
barrette di cioccolato e gliene offrirono
una: Colleen disse che in quel momento si
era sentita perfino in colpa per i suoi dubbi.
La macchina ripartì e poco dopo Cameron
disse che in quella zona c’erano delle
spettacolari grotte di ghiaccio che sognava
di vedere da molto tempo: le chiese
di poter fare una piccola deviazione
e le promise di ripartire poco dopo
e di portarla a destinazione. Colleen
non fece obiezioni, ma quando Cameron
raggiunse un luogo sufficientemente
isolato, fermò l’auto scese dalla macchina
e puntò un coltello alla gola della ragazza
ordinandole di mettere le mani sopra la testa.
Janice le ammanettò le mani dietro la
schiena, poi la bendò in modo che non
vedesse il percorso che avrebbero fatto,
le serrò le mascelle con la cinghia legata
sulla testa e le inserì la testa nella famosa
scatola (di legno questa volta) progettata
per gli scopi sessuali del marito.
A cosa serviva la scatola? Semplicemente
a bloccarle il collo, a chiuderla nel buio
più completo e a insonorizzare le sue urla.
Metodi del genere, come vedremo tra poco,
servirono a Cameron per isolarla dalla
ealtà e assoggettarla al proprio volere
privandola dei sensi fino a farle una
specie di lavaggio del cervello: l’essere
privati di uno o più sensi per lungo
periodo provoca in una persona, se non
la pazzia, una reazione di totale
abbandono sul quale si gioca per
manipolare i pensieri.
La coppia di sequestratori attese
la tarda sera per rientrare in casa,
in modo che nessuno passasse per strada
e i vicini non spiassero le loro azioni.
La ragazza venne portata in soffitta,
ma le venne lasciata la scatola sulla
testa e le manette, in modo che sentisse
cosa succedeva attorno, ma non vedesse
nulla; gli Hooker cenarono e poi Cameron
la portò in cantina dove legò una delle manette
ad un tubo e la spogliò completamente. Poi
le tolse la scatola, lasciandola però bendata,
e iniziò a frustarla: ad ogni frustata lui
le dettò le sue regole, e cioè di non urlare,
non piangere, non desiderare di essere
rilasciata, non strattonare le manette,
ecc.. Ogni volta che una frustata la
faceva urlare o piangere Cameron gliene
dava un’altra ancora più forte, ogni volta
che lei faceva ciò che lui diceva lui la
“premiava” con piccole comodità, come
sostituire le manetta con polsini di pelle
(molto meno dolorosi), fornirle un rialzo
di legno per non lasciarla a pieni nudi
sul pavimento, abbassare l’attacco delle
sue braccia in modo che potesse riposare
e non rimanesse appesa… In pratica iniziò
una sorta di rieducazione fatta di punizioni
o premi a seconda del suo comportamento.
Sin dalla prima sera la ragazza, seppur
bendata, fu costretta ad ascoltare i gemiti
della coppia che faceva sesso in sua presenza.
Attraverso il bordo inferiore della benda
vide più volte una rivista pornografica di
fronte a lei nella quale sembrava esserci
una donna nuda nella stessa posizione in
cui veniva messa lei per soddisfare la
perversione di Cameron: in pratica l’uomo
apriva una rivista sado-maso, cercava una
fotografia che lo eccitava,e faceva assumere
a Colleen la stessa posizione.
Collen per la notte veniva messa in una
cassa di legno, molto simile ad un scatolone;
le venivano legate le caviglie e Cameron
le stringeva il ventre con una cintura
in modo che respirasse solo quel tanto da
sopravvivere, ma non per sviluppare la
forza necessaria a liberarsi.
Dal giorno della cattura in poi ciò c
he passò Colleen possiamo solo immaginarlo:
la ragazza parlò di ogni tortura possibile,
come oggetti che davano la scossa elettrica,
altri che la pungevano o la graffiavano,
corde legate ovunque, oli e misture viscide
sul suo corpo, cera e tutto ciò che umiliante
era possibile infliggerle.
Per la maggior parte del giorno la ragazza
era in balia dell’uomo e spesso anche di notte
lui tornava per toccarla o abusare di lei.
Durante i pasti Cameron restava con lei nella
cantina e le slegava i polsi permettendo di
mangiare, ma senza toglierle la benda. Se
lui le diceva di mangiare lei doveva
obbedire senza fare domande, altrimenti
veniva schiaffeggiata o frustata; se
lui diceva che doveva dormire lei doveva
farlo, ecc.
Per settimane durante il giorno Collen
venne tenuta legata al tubo, nuda e con
le gambe e braccia divaricate e legate a dei
ganci al suolo e al soffitto. Era sempre bendata,
imbavagliata e di notte chiusa nella cassa
senza poter muoversi o cambiare posizione.
In quel tempo riuscì a misurare il passare
del tempo studiando gli eventi regolari che la
coppia sembrava eseguire per routine: riceveva
un pasto al giorno, a volte i loro avanzi, dopo
cena che i coniugi facevano sempre alle 20; i
suoi bisogni dovevano essere anch’essi calcolati
e diventare routine a certe ore, altrimenti
veniva punita; era mattina quando sentiva l’auto
dei vicini partire e pomeriggio quando in cantina
scendeva Cameron.
Dopo tre mesi in quelle condizioni terribili
Colleen iniziò ad avere un cattivo odore, così
Janice convinse Cameron e farle fare un bagno:
l’uomo le legò le mani dietro la schiena, le mise
del nastro adesivo sulla bocca e sugli occhi sopra
la benda e portò di peso la prigioniera al piano
di sopra. Quella, forse. fu la prima volta che
Cameron e Janice scattarono fotografie della
ragazza. Janice la lavò e la pettinò, poi
in un momento in cui Cameron si allontanò le
disse che aveva pietà per il dolore che provava
e per il fatto che fosse il “giocattolo” del
marito, ma che era necessario perché non voleva
essere lei a passare le pene di Colleen.
Janice nell’interrogatorio affermò che
trovò un lavoro nella Silicon Valley in
una società di elettronica e che fece pressioni
su Cameron per passare con lui alcuni giorni a
settimana dalla sorella e indebolire i legami
tra Cameron e Colleen; su questa dichiarazione
ed altre simili si basò la difesa di Janice Hooke
per farle ottenere un ampio sconto della pena
e farla figurare più vittima che carnefice.
Dovettero passare mesi prima che Cameron e Janice
si decisero a toglierle la benda: quel giorno
Colleen impiegò diversi minuti prima mettere
a fuoco le figure davanti a se. Le vennero
quindi dettate le nuove regole per sopravvivere
e mantenere quelli che secondo la coppia erano
dei privilegi: Cameron doveva essere chiamato
“Padrone” e Janice “Signora”: avrebbe iniziato
a imparare da Janice a ricamare e ogni volta
che avrebbe fatto innervosire uno dei due s
arebbe stata punita con scosse elettriche.
Janice, seppure sfogando le sue frustrazioni
su Colleen con diverse punizioni e torture,
ben presto iniziò a capire che la ragazza
stava prendendo il suo posto nella vita di
Cameron, non solo nelle perversioni sessuali,
ma anche nella vita di tutti i giorni: Cameron
passava gran parte della giornata nella cantina
e spesso anche di notte abbandonava il letto
coniugale per andare da Colleen. Colleen,
ironia della sorte, nonostante fosse da mesi
deperita e seviziata, era più attraente di
lei e stava fornendo a Cameron l’eccitazione
sessuale che lei non riusciva più a dargli.
E fu allora che capì che suo marito aveva
iniziato a violentare Colleen più volte al
giorno e capì anche perché da qualche tempo
aveva rinunciato ad accompagnarla dalla
sorella e se ne stava a casa mentre lei
lavorava e non poteva tornare a controllare.
Per di non perdere il marito gli parlò e
accettò che lui avesse rapporti sessuali
con Colleen, a patto che Cameron fosse più
presente in casa e che le desse un secondo
figlio di cui si sarebbe occupato anche lui.
Nel 1978 nacque la seconda figlia della coppia
e Cameron in una certo senso acconsentì a
assare meno tempo con Colleen.
Cameron Hooker ebbe modo di sperimentare
nel reale tutte le scene descritte nella sua
vasta collezione di riviste pornografiche,
immagini e letteratura. Anche se Hooker
distrusse gran parte del materiale prima
del suo arresto, fornì agli investigatori
una panoramica spaventosamente chiara
di tutte le torture che inflisse alla sua vittima.
Non mi soffermo più sui dettagli perché
credo di aver dato un’idea, anche se parziale,
dell’inferno in cui fu calata Colleen. Andiamo
rapidamente alla fine della storia.
Man mano che il tempo passava quei metodi
brutali e sempre costanti come una routine
ebbero l’effetto sperato da Cameron: Colleen
divenne un pupazzo nella mani della coppia,
al punto che la slegarono e la tennero diversi
giorni in casa sotto stretta osservazione.
La ragazza non tentò mai la fuga e iniziò
ad obbedire come un cane ad ogni loro rodine.
Il massimo della soddisfazione Cameron la ottenne
con un gesto che ha dell’incredibile: mentre
Janice era al lavoro Cameron portò Colleen
dai genitori e si presentò come suo nuovo fidanzato,
dicendo loro che era sua intenzione lasciare
Janice e risposarsi con lei. Quella messa in
scena trovò supporto in Colleen che non osò
raccontare ai suoi familiari della terribile
situazione in cui viveva e che si fece fare
una foto in cui abbracciava felice il suo aguzzino.
Piccolo pensiero personale: ma possibile
che i genitori, che non avevano notizie della
figlia da oltre un anno, non abbiano fanno
nulla nemmeno per cercarla? E come è possibile
che una volta vista tornare a casa non
abbiano nemmeno avuto un sospetto o si
siano informati su chi fosse Cameron Hooker?
Vabbè, andiamo avanti. Colleen divenne
una schiava in tutto e per tutto in casa Hooker,
fino al punto di divenire “troppo servizievole” per
Cameron che iniziò a stancarsi di lei. Sette anni
dopo il rapimento Colleen, pur facendo tutto ciò
che le veniva detto, era diventata come Janice e
Cameron si mise in cerca di un’altra ragazza che
si dimenasse, urlasse e piangesse in modo da
istruirla e divertirsi a violentarla e torturarla.
In effetti sia Janice che Colleen erano fin
troppo remissive e lui aveva perso interesse
per l’una e per l’altra. Quando ebbe la
sfrontatezza di informare Janice che voleva
cercare un’altra ragazza da schiavizzare Janice
reagì malissimo e decise di aiutare Colleen a
fuggire.
Nel 1984 Janice condusse Colleen dalla polizia
e la ragazza ebbe modo di denunciare entrambi
per tutto ciò che aveva subito.
Nell processo del 1985 Janice testimoniò contro
il marito in cambio di immunità totale. Cameron
Hooker venne condannato a consecutive aggressioni
a sfondo sessuale, sequestro di persona e stupro,
violenza, minacce per un totale di 104 anni di
reclusione. Non potrà beneficiare della libertà
vigilata fino al 2023. Il 16 aprile 2015 chiese
la revisione del caso, ma gli venne negato e gli
venne negata la richiesta di un’altra udienza fino al 2022.
Una volta tornata a casa, Colleen continuò
gli studi di contabilità, si sposò ed ebbe una bambina.
Ha aderito una organizzazione per aiutare le donne
vittime di abusi e sia lei che Janice hanno
cambiato il loro cognome, ma si crede che
continuino a vivere in California.
FONTE: Misteri dal Mondo –
Credere Per Vedere
giovedì 6 ottobre 2022
TECNOLOGIA E SCIENZA:GLI ESPERIMENTI PER RESUSCITARE GLI ANIMALI.
ARTICOLO TRATTO DA IL PARANORMALE.COM
Alcuni tra i peggiori esperimenti che
l’uomo ha fatto sono stati eseguiti dalle forze
militari. Durante le due guerre mondiali poi tutte
le nazioni si sono sbizzarrite in test e pratiche
mediche davvero raccapriccianti.
Molti pensano che solo i tedeschi e i giapponesi
facessero esperimenti al limite dell’umano, ma
i russi e gli americani non erano da meno.
Dietro la “Cortina di Ferro” i sovietici si
dilettavano con pratiche più sinistre di quelle
che una mente normale potrebbe immaginare: rianimavano
singoli organi e parti del corpo dando vita a
raccapriccianti creature. Lo scopo? La resurrezione umana…
Alcune delle ricerche e operazioni più inquietanti
sono legate agli esperimenti sulla rianimazione degli
organismi viventi a opera dello scienziato S.S. Bryukhonenko,
condotti presso l’Istituto di Fisiologia e Terapia
sperimentale di Voronezh, nell’ex URSS.
Un video del 1940 (che non metto per rispetto alla
morale e soprattutto agli animali torturati), mostra
i dettagli degli esperimenti in cui alcune parti
di animali morti (cani, gatti, scimmie, ecc.) vengono
rianimate attraverso l’uso di macchinari. Le parti degli
animali venivano agganciate a una macchina che il dott.
Bryukhonenko battezzò ‘autojector’, una macchina
che riproduceva le funzioni del cuore e dei polmoni.
A questa macchina venivano collegate anche le teste
degli animali e in particolar modo quelle dei cani
che sembravano le più reattive agli stimoli. Le
teste mozzate dei cani, sotto l’impulso elettrico,
riprendeva lentamente vita anche se per poco.
Questa macchina degli orrori fu presentata per
la prima volta nel 1928, durante il Terzo Congresso
dei Fisiologi dell’URSS.
Un esperimento simile è stato condotto nel 1954 da
Vladimir Demikhov, un altro scienziato sovietico che,
invece di tenere il cane in vita con una macchina, lo
collegò agli organi vitali di un altro animale.
Il cane a due teste di Demikhov compare in un video
in lingua russa conservato in un archivio pubblico
(che nuovamente mi rifiuto di postare).
Per fare ciò Demikhov tagliò a metà un cucciolo,
appena sotto le zampe anteriori, e lo innestò sul
collo di un cane adulto. Creò 20 di queste creature a
due teste, ma nessuna di loro visse a lungo a causa
del rigetto dei tessuti.
Nonostante la breve durata della vita dei
suoi animali (circa un mese al massimo), gli
esperimenti di Demikhov ebbero una grande risonanza
a livello internazionale e ci fu una sorta di corsa
alle armi nel campo della rianimazione. Il 14 marzo 1970
il Governo americano finanziò un progetto simile
condotto da Robert White, il quale tagliò la testa
di una scimmia e la riportò in vita innestandola sul
corpo senza testa di un’altra scimmia. Sopravvisse
un solo giorno, guardando con odio il dott. White.
In un’intervista con la BBC White dichiarò che lui e il suo
team erano stati capaci di «trapiantare un cervello
in un animale integro e di mantenerlo in vita
per molti giorni.
La BBC sintetizzò così l’intervista:
«Ha detto che questo significava che la
scimmia era cosciente, non aveva perso il
senso della vista, dell’udito, del gusto e
dell’olfatto perché i nervi cranici erano
stati lasciati intatti».
In seguito al successo riscontrato, White si
mise alla ricerca di due pazienti umani disposti
a sottoporsi al suo esperimento. Trovò Craig Vetovitz,
un portatore di handicap, ma dal momento che non
riuscì a trovare un secondo soggetto disponibile,
il suo progetto svanì nell’ombra.
La domanda che mi pongo è questa:
è giusto permettere queste
sperimentazioni?
FONTE: Misteri dal Mondo –
Credere Per Vedere
giovedì 14 luglio 2022
LUOGHI INFESTATI:L’EX MANICOMIO DI PENNHURST
TRATTO DA IL PARANORMALE.COM
Una delle teorie sui fantasmi vuole
che siano residui psichici di
persone defunte in seguito ad
una morte violenta o dopo lunghi
periodi di sofferenza fisica e
psichica. Questo giustificherebbe
il fatto che molti fantasmi si
vedrebbero sempre nello stesso
luogo, il più delle volte dove
una persona è morta ho ha passato
molto tempo in sofferenza.
A sostegno di questa teoria si è
notato che le maggiori testimonianze
di anime in pena provengono da
strade protagoniste di incidenti
mortali, ospedali, ex manicomi e
case abbandonate dopo una grave
tragedia.
Negli USA certamente tra i luoghi
considerati infestati quelli che
vanno per la maggiore sono le
struttura che fino a metà degli
anni ’30 avevano al funzione di
manicomi e di “reclusione” per i
malati di tubercolosi, una piaga
inarrestabile che si preferiva isolare
in questi luoghi lontano da dalle
città. Tra tutti ce n’è uno che è
salito alla ribalta una decina di
anni fa per un fatto molto misterioso:
si tratta della Pennhurst State
School, teatro della sparizione di
due ragazzini di cui non si è più
saputo nulla.
La Pennhurst State School, come dice
il nome, era inizialmente un
istituto volto al recupero di pazienti
con ritardi psichici, quindi un specie
di scuola dove i pazienti imparavano
l’essenziale per poter vivere una vita
quanto più normale fosse possibile.
L’istituto comprendeva una serie di
edifici che vennero terminati nel 1908
e sorsero a Hill Crab, nei pressi di
Spring City (Pennsylvania). In poco
tempo però quello che doveva essere un
istituto di recupero divenne un ospedale
per trattare pazienti con disabilità
fisiche e psichiche e venne subissato
di richieste di accogliente provenienti
da tutto lo stato.
Nel 1912 la Pennhurst State School
divenne sovraffollato e il personale
non era all’altezza di gestire la mole
di lavoro: i problemi divennero
evidenti nel giro di poco tempo, con
pazienti affetti da diversi problemi
ospitati in sale comuni, maschi e femmine
insieme, casi gravi come epilettici e
patologie aggressive vennero messi a
contatto con altri pazienti, ecc.
I ricoveri aumentavano di giorno in giorno e
il personale medico arrivò a non riuscire a
gestire più la situazione. I problemi interni
giunsero nelle città vicine quando nel 1915
vennero a galla decine e decine di casi di
stupri ai danni delle donne, molte delle
quali allettate o impossibilitate a muoversi:
lo staff medico tentò una selezione dei
soggetti più pericolosi, che vennero
spostati in un edificio a se, ma per ovviare
ad ulteriori problemi si
a alcuni malati aggressivi, sia le donne
in periodo fertile vennero segregati in
vere e proprie celle di isolamento e ci
furono moltissimi aborti indotti per tentare
di scongiurare la fuga di notizie.
Nel 1916 l’istituzione fece costruire
cottage specificamente per le femmine per
separarle dai maschi, un po’ per prevenire
le gravidanze e un po’ nell’ottica di
dividere la gestione dell’istituto nei due
sessi. Ma la mancanza di personale qualificato
divenne evidente e molti pazienti
iniziarono a contrarre malattie per via
dello stato pietoso e della scarsa igiene
in cui venivano mantenuti; tutto questo,
in aggiunta al sovraffollamento delle
strutture porto a centinai di morti ogni
anno, al punto che fu necessario un cambio
dello staff medico.
La situazione tuttavia non cambiò di
molto: nel 1946 c’erano solo 7 medici
che curavano più di 2.000 pazienti e
c’erano oltre 1.000 pazienti in attesa
per l’ammissione. Nel 1955 nella struttura
i pazienti arrivarono a 3.500 e i bassi
salari portarono all’abbandono dei posti
di lavoro di molti infermieri e di gran
parte del personale.
Si dovette attendere il 1977 affinché
e cose cambiassero: la Pennhurst State
School finì sotto processo e condannata
per violazione dei diritti costituzionali
e umani dei pazienti, lo staff medico fu
ali e accanimento terapeutico con
dispositivi di elettroshock.
Nel 1968 la vita infernale a cui erano
obbligati i pazienti divenne di dominio
pubblico grazie a Bill Baldini della NBC
che in un servizio giornalistico mostrò
al pubblico le condizioni dietro le porte
chiuse dell’ospedale. Il servizio aveva
il tutolo “Suffer the Little Children”
(i pazienti di Pennhurst venivano chiamati
“bambini” a prescindere dal’età) e fu l’input
per far chiudere definitivamente la struttura.
Man mano i padiglioni venero abbandonati e
nel 1987 la Pennhurst State School cessò
di esistere giuridicamente. Da allora parte
degli edifici sono stati occupati dalle
famiglie dei veterani di guerra e come
depositi per la Guardia Nazionale. Tuttavia
ancora oggi molti edifici risultano
abbandonati e fatiscenti.
Una lunga storia di sofferenza come questa
non poteva che avere risvolti paranormali.
Iniziamo con un video postato su youtube:
io a prescindere prendo questi video con le
molle (sempre per il fatto che molti vogliono
solo un po’ di notorietà con dei falsi),
ma in questo caso pare che nella vicina
Philadelphia siano giunti riscontri e
conferme. Un video datato 4 maggio del
2008 mostre due ragazzi adolescenti che
si cimentano nella cosiddetta “esplorazione
urbana”; con un telefonino girano un video
all’interno della struttura principale
dell’ex manicomio, mostrando diverse
scritte sui muri e perfino simboli satanici
molto evidenti. Pare (il “pare” è d’obbligo)
che da quel giorno i due ragazzi siano
scomparsi nel nulla e che il video sia
stato pubblicato dalle stesse autorità
perché il cellulare fu l’unica cosa che
trovarono di loro. Dopo poco tempo le
indagini vennero interrotte e a tutt’ora
risultano dispersi.
Io terrei questa storia in forse, ma la
cosa interessante è il motivo per cui
loro e molti altri curiosi entrano ancora
oggi alla ricerca di forti emozioni: sin
dai prima anni ’90 molte persona hanno
testimoniato di sentire voci provenire
dall’interno dell’edificio, subire
aggressioni fisiche come graffi e spintoni
da forze invisibili quando si passa nei
suoi pressi, vedere ombre o fugaci apparizioni
di figure umane, globi di luce all’interno e
di sentire forti rumori e urla provenire dai
sotterranei.
Queste voci hanno portati diversi gruppi
di ghost hunters a compiere ricerche nel
campus e nel 2011 la TAPS in seguito ad
un’investigazione durata alcune ore ha
riportato di aver registrato su nastro
un’entità paranormale: alla domanda
«Se abbatteranno l’edificio dove andresti?»
una voce femminile ha risposto:
«Spring City»
In seguito venne registrata una
risata prolungata di una ragazzina
e nel video sono apparse tante ombre
anomale nella camera che sono svanite
con un altro rumore inquietante,
un profondo sospiro.
In conclusione, l’ex manicomio di
Pennhurst oggi è in gran parte abbandonato
e si teme sia meta di messe sataniche e
di persone malintenzionate. Se davvero
le dicerie sono vere le molte anime
che hanno sofferto in vita sono ancora
prigioniere di questo luogo e non
cercano affatto di nascondersi, ma
piuttosto di far in modo che la gente
continui a promulgare le atrocità che
avvennero all’interno della struttura
affinché non capitino più atrocità del
genere.
FONTE: Misteri dal Mondo –
Credere Per Vedere
venerdì 17 giugno 2022
MISTERI:LA CITTÀ DI SALEM E IL PROCESSO PER STREGONERIA PIÙ SANGUINOSO DELLA STORIA.
TRATTO DA IL PARANORMALE.COM
Perché Salem è famosa? Perché è chiamata
“la città delle streghe”? Cosa spinse
al massacro? Perché quei fatti storici
interessano ancora oggi film e serie tv?
Andiamo con ordine e caliamoci nel processo
più sanguinoso della storia.
Salem era un villaggio del New England,
regione degli Stati Uniti d’America, nel
lontano1692. Per i coloni di quell’epoca,
Salem era l’ultimo avamposto civilizzato prima
della natura selvaggia e dei territori degli
indiani. Gli abitanti della colonia inglese
si sentivano quindi sperduti e vulnerabili,
in un contesto di precarietà, dove la Guerra
di re Filippo, caratterizzata da continui scontri
tra i coloni e le tribù di nativi, aveva
fatto vacillare i principi e la rigorosità
puritana. Sentendosi abbandonati dalla benevolenza
di Dio, gli abitanti di Salem furono portati
a vedere Satana in ogni dove, soprattutto nei
più deboli e indifesi, come se fossero un
perfetto capro espiatorio per lo sfogo
della tensione accumulatasi nell’aria.
Ma prima di ogni altra cosa capiamo
chi erano i puritani. I seguaci del
puritanesimo sostenevano lapurificazione
della Chiesa d’Inghilterra da tutte le forme,
gli usi e i costumi non previsti dalle Sacre
Scritture. Il loro tentativo di riforma fu
limitato in Inghilterra da leggi apposite e
per questo si diffuse fuori dai confini grazie
alle congregazioni emigranti. Secondo i puritani
la Chiesa doveva essere svincolata dal potere
politico in quanto Cristo era e doveva essere
l’unico vero capo della comunità, per questo
motivo l’autorità veniva racchiusa nelle mani
di pochi “anziani” eletti direttamente dai
fedeli. Il cristiano puritano doveva condurre
una vita umile e obbediente, poiché doveva
concentrarsi nella lotta contro il peccato
insito in se stesso.
Quindi visualizziamo il contesto
con pochi tratti: rigidità morale e
di costume, vulnerabilità, guerra, scontri
con gli indiani confinanti…la tensione doveva
essere alta, dare la colpa delle disgrazie
a un essere soprannaturale ma eliminabile,
come le streghe, avrebbe riavvicinato i
fedeli alla Chiesa e allontanato la paura
grazie all’azione e al sangue versato.
Nell’inverno fra il 1691 e il 1692 Elizabeth
Parris, “Betty”, ed Abigail Williams, due
ragazze parenti del parroco di Salem, iniziarono
ad avere dei disturbi: si nascondevano dietro
alcuni oggetti, strisciavano per terra, smisero
di parlare. I medici non riuscirono ad identificarne
le cause e si pensò al “malocchio” e, quando
l’idea di una strega si diffuse nel villaggio,
scoppiò l’isteria di massa. La caccia alla strega
cominciò dai popolani, più che dalle autorità
giudiziarie. Una donna di Salem, Mary Sibley
diede in pasto a un cane una focaccia impastata
con la segale e l’urina delle possedute affinché
quest’ultimo scovasse la strega, ma la missione
non ottenne risultati.
Dopo le prime due ragazze anche Betty
Hubbard, Mercy Lewis, Ann Putnam, Mercy Short,
Mary Warren e Susannah Sheldon diedero
dimostrazione di avere qualche disturbo,
forse solo presunto, e quindi furono
incalzate a dire il nome della strega che
le stava possedendo. Fu così che il potere
del processo passò dagli adulti alle ragazzine
del villaggio. Ciò che stupisce di più della
vicenda è infatti questa fiducia nella parola
di queste giovani ragazze, che sfruttarono
il potere a loro dato accusando le persone a
loro probabilmente “scomode”. Le vittime
furono infatti soprattutto donne adulte, magari
quelle donne che fino a prima dell’isteria avevano
un potere su di loro, ma molte di loro
erano anche anziane signore povere e che
vivevano al margine della società e che
quindi non poterono difendersi in alcun modo.
Dopo le accuse fu istituito un tribunale
giudiziario e i processi ebbero inizio. I
sospettati vennero prima interrogati, anche
sotto tortura, messi alla prova nella recitazione
delle preghiere cristiane e posti al cospetto
delle ragazze che dichiaravano di essere possedute.
A quel tempo si pensava che le streghe non potessero
recitare le preghiere senza sbagliare e che le
vittime del malocchio avessero visioni in
presenza delle streghe che le perseguitavano.
In tutto furono arrestate 200 persone
per stregoneria. La prima fu Tituba Indians,
una schiava indiana, ma non fu la prima ad essere
giustiziata. Il 10 giugno 1692 iniziarono le
esecuzioni: la prima fu Bridget Bishopper impiccagione.
Il luogo della sua morte è ancora oggi
conosciuto come Witches’ Hill (la collina delle streghe).
Dal 10 giugno al 22 settembre 1692
furono processate 144 persone, 54 di loro confessarono
sotto tortura di essere streghe, ne vennero
giustiziate per stregoneria 19.
Il caso di Giles Corey, la ventesima
vittima, è del tutto diverso: fu torturato
fino alla morte per schiacciamento del torace,
poiché si rifiutò di parlare in segno di
protesta durante il processo.
salem 5La caccia alle streghe di Salem
ebbe fine solo quando i pastori più influenti
della regione si lamentarono e tennero sermoni
contro il tribunale incaricato dei processi
(la Court of Oyer and Terminar), non
perché troppo sanguinario o perché non
riconoscessero la stregoneria, ma solo
perché la raccolta delle prove era per
loro insufficiente e sommaria.
Contestarono in particolare l’uso delle
visioni delle vittime come prove per l’accusa,
poiché le visioni non erano verificabili da terzi.
Furono i puritani e i popolani a dar
vita alla mattanza, furono i giudici ad
annodare i cappi e furono
i pastori protestanti a fermare la
caccia quando ormai si stava
tramutando in una strage.
FONTE: http://www.sapere.it
venerdì 18 febbraio 2022
MISTERI:LA TERRIBILE ESPERIENZA DI CARLA MORAN
TRATTO DA IL PARANORMALE.COM
Nel 1487 i frati francescani Jacob
Sprenger e Heinrich Institor Kramer
resero pubblico un libro che segnerà
un’era e che sarà preso come manuale
per gli inquisitori assoldati dalla
Chiesa nella caccia alle streghe:
il “Malleus Maleficarum” o “Martello
delle streghe”.
Uno dei passi più significativi è quello
che parla degli incubi e delle succubi:
« Nel compiere l’atto sessuale i demoni
maschi sono Incubi e le femmine Succubi,
e questo è giudizio comune di tutti i filosofi
di tutti i tempi ed è comprovato
dall’esperienza delle nazioni… Le
Succubi giacciono con gli uomini fino
a sfinirli, per poterne raccogliere il
seme, che poi utilizzano gli Incubi per
fecondare le donne… ».
Sin dall’antica Roma e poi del Medioevo,
si credeva che i demoni non potessero
procreare con gli uomini per mancanza del
seme. Per questo motivo la versione femminile
( le Succubi) seducevano i maschi, soprattutto
uomini puri e di Chiesa, per raccogliere il
loro seme, corromperlo con la malvagità e
affidarlo ai demoni maschi ( gli Incubi)
per fecondare le donne.
A quale scopo? Si credeva che le creature
così concepite fossero più sensibili alle
influenze del demonio e quindi fossero un
veicolo del male sulla Terra.
Se le Succubi tentavano di ammaliare gli
uomini, gli incubi al contrario prendevano
le donne con al forza e le violentavano anche
più volte per assicurarsi di generare la loro
progenie
.
Mitologia, leggende, credenze popolari… eppure
in un certo senso queste entità sembrano
realmente influire sull’essere umano e
ancora oggi si sente di casi di oppressione
notturna, paralisi ipnagogica, sogni lucidi,
ombre notturne, che molti riconducono,
appunto, a entità malvagie.
Uno dei casi che ricade in questa casistica
pare essere la vicenda di Carla Moran
avvenuta nel 1975, ripresa poi nel romanzo
“The Entity” di Frank De Felitta nel 1979
e dal quale è stato tratto l’omonimo film.
Il romanzo si baserebbe su fatti realmente
accaduti ad un donna che ha voluto rimanere
anonima ( Carla Moran è uno pseudonimo) e
si baserebbe sui rapporti psichiatrici di
vari studiosi che si occuparono del caso,
tra cui il neurologo Sneiderman e i
parapsicologi Gaynor e Taff.
Carla era una donna divorziata con 3
figli e viveva in una modesta casetta
a Culver City, in California. La sua
era una vita normalissima, costellata
da piccoli problemi, ma anche molte
soddisfazioni, fino a che un giorno
del 1975 iniziò a diventare un vero e
proprio inferno.
Era un giorno come tanti altri ed era
da poco tornata a casa dal lavoro,
quando una presenza invisibile la colpì
al volto e alle spalle facendola crollare
sul letto. Era solo l’inizio di ciò
che da allora divenne quasi una routine.
I fenomeni si verificavano almeno una
volta a settimana e quasi sempre di
notte: una forza tangibile ma invisibile
l’afferrava, le strappava i vestiti e
l’aggrediva graffiandola o colpendola
con brutalità. quasi fino allo svenimento.
Carla era una donna con i piedi per terra
e razionale, abituata a risolvere i problemi
da sola, e al principio non volle credere ad
un’attività sovrannaturale, ma piuttosto ad
un forte stress che la faceva svenire e fare
brutti incubi. E le ferite? Pensò se le
facesse da sola durante i suoi incubi.
Quella sua teoria perse validità quando
l’entità iniziò non solo a picchiarla fino
a farla sanguinare, ma anche a compiere
veri e propri stupri.
Convinta finalmente di non essere pazza,
cercò l’aiuto presso un amico che frequentava
l’ Università di Los Angeles e che la
indirizzò agli psicologi Kerry Gaynor e
Barry Taff, specializzati in casi di
infestazione e fenomeni poltergeist.
Inizialmente i due cercarono di convincere
Carla che le sue erano solo forti
suggestioni, azoni inconsce dovute al
suo rapporto burrascoso con il padre e
(si suppone) al rapporto incestuoso con
il figlio maggiore. Le vennero prescritte
delle sedute con specialisti dei traumi
psicologici, ma il trattamento non le giovò
affatto: al contrario quell’entità divenne
sempre più aggressiva con lei, arrivando ad
emettere ringhi e persino minacce con una
voce mostruosa; le aggressioni e stupri di
quell’essere invisibile divennero sempre
più brutali e molte volte le donna perdeva
coscienza fino al mattino, quando i figli
andavano a chiamarla prima di andare a
scuola.
I due studiosi, nonostante le ferite e i
lividi della donna, non le credettero fino
a quando lei li chiamò dicendo loro che
alcune vicine di casa erano state testimoni
di un’apparizione in casa sua in pieno
giorno. Finalmente Gaynor e Taff, dopo
aver raccolto le testimonianze, presero
la vicenda sul serio e si affidarono il
laboratorio di Parapsicologia dell’università
diretto da Thelma Moss.
Le ferite della donna vennero analizzate
per verificare che non se le fosse arrecate
lei stessa e risultò che chiunque l’aggredisse
di volta in volta, aveva la forza di un pugile
peso massimo (quindi era escluso che lei o i
figli avessero causato quei danni).
Carla disse che negli ultimi tempi aveva
l’impressione che ad aggredirla non fosse
una sola entità invisibile, ma addirittura
3: diceva che c’erano altri due esseri,
ma più piccoli, che la tenevano ferma
mentre quella principale la colpiva, la
graffiava e consumava la violenza sessuale.
Gaynor e Taff a quel punto decisero si
insediarsi nella casa della donna per
qualche giorno con la loro strumentazione
e di verificare se effettivamente nella
casa accadessero fenomeni paranormali.
I filmati e le misurazioni ambientali
rilevarono una forte attività di poltergeist
in tutta l’abitazione, che spesso
sfociavano in fenomeni violentissimi,
come l’aggressione agli stessi psicologi.
Ogni volta che avveniva qualcosa di insolito
in casa, un fortissimo odore di zolfo si
diffondeva negli ambienti interessati. Le
prove erano inequivocabili: quelle che
credevano fossero manie compulsive di Carla,
ora venivano identificate come una genuina
manifestazione paranormale violenta e aggressiva.
Loro stessi furono testimoni dell’apparizione
di luci eteree e la materializzazione di oggetti
fluttuanti; una notte la donna venne aggredita di
fronte ai loro occhi e nonostante il figlio
sedicenne provò ad intervenire assieme a Taff,
ma entrambi vennero sbalzati contro la parete
opposta e il ragazzo si ruppe un braccio. A
differenza di Taff, che si convinse di ciò
che aveva provato sulla sua pelle, sebbene
Gaynor vide le escoriazioni e le fratture,
ualcosa di trasparente simile ad una testa.
Gli studiosi non riuscirono a proteggere la
donna dai continui attacchi delle entità
invisibili e dopo due settimane di registrazioni
Taff non potè far altro che consigliare alla donna
di trasferirsi altrove perché il “problema”
era in quella casa.
Carla Moran non se lo fece ripetere due volte
e assieme ai figli si trasferì in Texas dove
fece perdere le sue tracce. Da allora si
raccontarono diverse versioni:
– Carla Moran abbandonò la casa, ma rimase
in contatto con l’università a disse che
l’entità l’aveva seguita per proseguire a
picchiarla e violentarla;
– secondo alcuni la donna venne analizzata
da un gruppo di psichiatri che la chiusero
in manicomio dove continuò a subire altri
attacchi;
– secondo Sneiderman, Carla soffriva di
turbe psichiche a sfondo sessuale e le ferite
sul corpo erano di origine psicosomatica.
– ci fu anche chi disse che qualche anno
dopo la sua fuga in Texas una donna che diceva
di essere Carla Moran fu ospite in una trasmissione
dedicata ai fantasmi dove portò altre prove delle
sue aggressioni;
– infine secondo qualcuno la vera Moran sarebbe
deceduta poco tempo dopo in Texas dopo
un’aggressione più violenta del solito da
parte delle entità invisibili.
Il caso di Carla Moran venne chiuso senza
essere pienamente risolto e se ve ne ho parlato
è grazie al film “The Entity”, che ovviamente
si è solamente ispirato a quella che “forse” è
una storia vera di Incubi così come pensati
dagli antichi romani.
FONTE: Misteri dal Mondo –
Credere Per Vedere
venerdì 12 novembre 2021
MISTERI:IL CASTELLO DI FUMONE E IL SUO SINISTRO PASSATO
TRATTO DA IL PARANORMALE.COM
Il piccolo borgo medievale di Fumone
sorge sopra un’altura in provincia di
Frosinone, circondato da colli ameni ed
uliveti.
Come ogni borgo medievale che si rispetti
anche Fumone ha il suo castello, costruito
tra il IX ed il X secolo. In passato quasi
tutte le fortezze hanno vissuto momenti
spiacevoli come assalti, carestie ed epidemie,
ma questo castello è stato testimone di vicende
decisamente macabre.
Già si dal suo primo utilizzo non si
fece una fama piacevole: infatti fu
adibito a prigione per la Chiesa e bene
presto venne conosciuto come un luogo
di torture indicibili, condizioni disumane
dei prigionieri e la molte, moltissime
condanne a morte sentenziate ingiustamente.
Tra i prigionieri ha annoverato anche
figure storiche molto importanti, come
l’ “antipapa” Gregorio VIII, che fu murato
vivo in un’intercapedine del castello, e
papa Celestino V, che vi morì il 19 maggio 1296
trapassato da un chiodo: il teschio presenta
un foro causato da un oggetto appuntito e
ciò fa pensare che nemmeno lui fu esonerato
dalle folli torture medievali.
Ma la vicenda più famosa avvenuta nel
castello di Fumone è quella del marchesino
Francesco Longhi, che ha circondato la
costruzione di un’aura di mistero e orrore.
Francesco nacque nel 1795 e fu il settimo
figlio del Marchese Longhi, il figlio
maschio tanto desiderato dopo sei femmine.
La sua nascita aveva riempito di gioia
il cuore della madre e del padre che
tanto lo avevano desiderato, ma aveva
anche riempito di odio il cuore delle
sue sorelle che vedevano in lui un
potenziale nemico. Infatti egli
avrebbe ereditato tutti i beni di
famiglia, costringendo le sue sorelle
o a matrimoni combinati per interessi
politici, o a prendere i voti nei
conventi della zona.
Le sei sorelle approfittarono della
sfarzosa festa per il quinto compleanno
del marchesino e misero in atto un
tremendo piano ai suoi danni: per tre
giorni misero dei pezzetti di vetro
nel cibo del bambino che ben presto
cominciò ad accusare tremendi dolori
che lo portarono alla morte cinque
giorni dopo il suo compleanno, dopo
una lenta e atroce agonia.
La madre, straziata dal dolore
causato dalla perdita di quel
figlio tanto atteso ed amato,
ordinò che venisse imbalsamato affinché
la sua memoria non cadesse nell’oblio.
Non è ben chiara la tecnica che fu usata
per conservare il corpo, ma la cera e
gli unguenti hanno ottenuto un effetto
duraturo nel tempo, conservandolo
perfettamente.
Si dice che la marchesa cambiasse ogni
giorno i vestiti del bambino e che continuasse
ad accudirlo come se fosse ancora vivo.
Il corpo imbalsamato del marchesino è
custodito all’interno di una teca e ancora
oggi si conserva sorprendentemente intatto.
Ad appesantire l’atmosfera del castello fu
la decisione, sempre della madre, di far
ridipingere tutti i ritratti presenti
facendo togliere qualsiasi immagine
gioiosa e serena.
La leggenda vuole che il castello sia
infestato dalla presenza del fantasma di
Emilia Caetani Longhi, la madre del piccolo
Francesco. Ogni notte la presenza sarebbe
udibile percorrere con passo inquieto le
stanze verso la teca fino a prendere in
braccio il figlio per cullarlo, ancora
una volta, tra singhiozzi e lamenti.
Allo stesso modo il fantasma del piccolo
marchese si manifesterebbe in molte notti,
spostando o nascondendo oggetti in giro
per il castello.
Di tanto in tanto vengono ancora udite
provenire dai sotterranei le urla ed i
gemiti dei poveri condannati alle sofferenze
delle prigioni e c’è chi giura di vedere
globi luminosi percorrere i corridoi
freddi e buoi della fortezza duranti
le notti di estate.
Infine il castello ha un luogo ancora
più macabro delle prigioni,
chiamato”il Pozzo delle Vergini”.
Il tempo non è stato clemente con
le parti esterne del castello, ma
il pozzo è ancora visibile, anche se
non visitabile. Si tratta di un pozzo
stretto e molto profondo dove venivano
gettate le donne appena sposate che non
giungevano vergini al letto del
proprietario del castello.
In passato esisteva una pratica
chiamata”jus primae noctis”, che
venne studiata per lo più per ricavare
un po’ più di denaro rispetto alle
normali tasse già pesanti sui contadini.
Venne attuata pochissime volte e per
evitarla di solito il castellano
imponeva un obolo da pagare al padre
della futura sposa. Qui a Fumone però
si esigeva che la regola venisse applicata
alla lettera: tutte le ragazze in procinto
di matrimonio, prima di perdere il loro
candore, dovevano trascorrere la prima
notte dopo le nozze nel letto del signore
del luogo. L a cosa venne addirittura
amplificata a tutte le ragazze in età
da marito (ai 16 anni venivano reclamate
una notte al castello).
Si dice che molte contadinelle vennero
gettate nel pozzo dopo la notte con il
signore del castello, dove le poverette,
se non morivano sul colpo, morivano lentamente
per le fratture e la fame tra urla strazianti
che risuonavano per tutto il borgo.
Il Castello di Fumone è quindi conosciuto
per le numerose vicende passate che lo riguardano e,
come molti borghi teatro di eventi tragici,
può vantare un folto numero di fantasmi ed
eventi paranormali.
giovedì 20 maggio 2021
MISTERI:SERIAL KILLER-LA MOSTRUOSA FAMIGLIA MAUEROVA
TRATTO DA IL PARANORMALE.COM
La mostruosa famiglia Mauerova
La storia che sto per raccontarvi credo
sia agghiacciante persino per molti
serial killer spietati, pertanto se
siete facilmente impressionabili vi
consiglio di astenervi dal leggerla.
Quando una donna ( normale intendo)
mette al mondo un figlio tra lei e il
suo bambino nasce un rapporto indissolubile
ed il neonato diviene per lei la cosa
più importante al mondo, perfino più
importante del suo compagno. Una madre
per suo figlio farebbe tutto, anche
perdonargli le peggiori azioni.
Analogamente, un ragazzo cresciuto da
una madre amorevole, che sia severa ma
giusta allo stesso tempo, prima o poi
si renderà conto di quale fortuna ha
avuto e vedrà in lei la figura dell’angelo
guida nei momenti più difficili.
Ci sarebbe da disquisire sul fatto
el le bambine sono generalmente più
legate al papà mentre i bambini più
alla mamma, ma in effetti per tutti
la mamma resta comunque un punto fisso,
una colonna portante della vita di ogni
bambino.
Si dice che una madre sia Dio agli occhi
di bambino prima della pubertà ( poi
inizia il periodo ribelle ecc.), e
purtroppo in quel periodo i bambini
sono talmente vulnerabili da affidarsi
alla mamma per qualunque cosa, anche se
si tratta di una squilibrata sadica e brutale.
Questo è il caso della famiglia Mauerova
, un gruppo di pazzi, sadici, cannibali
e torturatori che non si fecero scrupoli
a distruggere, sia fisicamente che moralmente,
un bambino di soli 8 anni. Premetto che
non ci sono morti in questa storia, ma
nonostante questo reputo i 6 carnefici
dei mostri ben peggiori di un assassino.
Questa storia ve la devo raccontare dalla
fine perchè in effetti di Casa Mauerova
tutto ciò che si è saputo si è ricavato
a ritroso dopo che la polizia irruppe in
casa: prima di allora i vicini, come accade
spesso, non avevano alcun sospetto di cosa
succedesse in quella casa e ritenevano gli
inquilini persone per bene, anche se un po’ riservate.
Nel maggio del 2007 a Brno, nella Repubblica
Ceca, la polizia fece irruzione in una
casetta alla periferia della città e arrestò
Klara Mauerova ( 30 anni), sua sorella
Katerina ( 34 anni), Jan Turek ( 32 anni),
Barbora Skrlova ( 34 anni) e Jan Skrla
(25 anni). Lo stesso giorno venne arrestata
a casa sua un’altra donna non presente,
ma reputata implicata: era Hana Basova
( 28 anni). Ad accusarli c’era un video
“fortuito” di un vicino che aveva osservato
delle orribili scene nella loro casa a
causa di in’interferenza, ma che fu
essenziale a mettere fine a quello scempio.
Dalle confessioni degli imputati e dalla
ricostruzione della scientifica erano già
oltre 8 mesi che in quella casa il gruppo
di giovani seviziava, violentava, incideva
le carni e ne mangiava parti di due bambini
di 8 e 10 anni e il tutto avveniva per
soddisfare degli strani riti di una setta
religiosa piuttosto conosciuta in tutta
Europa, chiamata “Il movimento del Graal”.
Ma vediamo un attimo di dare un profilo
a questi mostri:
– Klara Mauerova era la madre di due
bambini: Ondrej di 8 anni e Jakub di
10. La donna assieme alla sorella Katerina
viveva nella casa lasciata loro dai genitori
deceduti ed era noto a tutti che fosse
disturbata. In gioventù aveva avuto diversi
episodi di schizofrenia e non l’aveva
aiutata il matrimonjo disastroso con un
poco di buono che la lasciò dopo il secondo
figlio.
– Katerina Mauerova era la sorella maggiore
ed era quella in casa si occupava di tutto,
ma anche lei era sotto cura di antipsicotici
ed aveva disturbi simili. Soffriva di violenti
scatti d’ira e di deliri pseudo-religiosi. Si
dice sia stata lei ad avere l’idea di accogliere
in casa in maniera stabile gli altri celebranti
del culto.
– Barbora Skrlova era una loro amica, ma
da anni viveva in casa con loro, partecipando
alle spese facendo piccoli lavoretti di tanto
in tanto. Neanche a dirlo, anche la sua mente
era compromessa dalla malattia, ma per lei
c’era anche una patologia fisica. Nonostante
avesse quasi 34 anni il suo corpo ne dimostrava
circa 13 e anche nei comportamenti speso
regrediva allo stadio di bambina, alternando
azioni da donna adulta a momenti in cui mostrava
il carattere di una capricciosa bimba di 7 – 8 anni.
– Jan Skrla e Hana Basova erano una coppia di
fidanzati apparentemente normali che lavoravano
come operai e che probabilmente aderirono al culto
per noia o in cerca di forti emozioni. Frequentavano
spesso casa Mauerova e ed erano diventati più che
amici con le tre donne di casa.
– Jan Turek non è mai stato definito in maniera
chiara: si è detto che fosse il capo del gruppo
e che fosse lui a celebrare i riti in quella casa;
c’è chi ha affermato che fosse in fidanzato di
Klara e che fu epr quello che lei gli diede in
dono i suoi figli da macellare; sta di fatto che
il suo avvocato difensore fu molto bravo a farlo
passare come uomo dalla colpa marginale in questa
storia.
– Infine i due piccoli Ondrej e Jakub, le uniche
vittime indifese di quei pazzi. Ecco, riprendo
il concetto iniziale dei figli: entrambi erano talmente
affezionati alla mamma da eseguire sempre i suoi
ordini ed erano disposti a soffrire le pene
dell’inferno pur di non compromettere la situazione
dalle loro madre con i vicini. Sorridevano sempre,
nonostante sotto gli indumenti avessero cicatrici
profonde sempre aperte e chissà quale dolore provassero.
L’accusa tentò di accusare la madre di somministrare
ai due bambini dei forti calmanti perchè era insensato
che non tentassero al fuga o di ribellarsi a quello
scempio, ma non venne mai provata alcuna
somministrazione.
E ora passiamo ai fatti.
Barbora aveva una grande influenza sulla
mente di Klara e sin dal suo ingresso nella
casa la consigliava su ogni cosa, dal vestirsi
al mangiare, dagli hobby a come educare i figli
Fu lei a convincere lei e Katerina ad unirisi
al movimento religioso “Il movimento del Graal”
che predicava la totale libertà dell’individuo
che doveva essere privo di ogni tabù sociale.
Per Barbora le regole imposte dalla società
erano sbagliate ed ognuno aveva diritto di
gestire la propria vita come più gradiva. I
figli erano frutto del proprio grembo, ma
essendo lei stata tradita dal marito essi
erano in parte lo specchio del padre e quindi
malvagi e infedeli.
Barbora in realtà confessò negli interrogatori
di essere estremamente gelosa dei due figli di
Klara perchè la sua condizione fisica non le
permetteva di generare prole e la sua indole
bipolare faceva allontanare qualsiasi pretendente.
Lei stessa disse che nel vedere ogni giorno le
attenzioni che i figli, nonostante tutto, dedicavano
alla madre faceva nascere in lei un’invidia
incontenibile che spesso placava in bagno
graffiandosi i seni o le parti basse.
Poco per volta manipolò la mente di Klara arrivando
a convincerla che i figli fossero perfidi e
crudeli e che meritassero punizioni esemplari
perchè in quel modo avrebbe punito anche lo
spirito del padre dei bambini.
Nel settembre del 2006 Klara per la prima volta
trascinò i bambini con rabbia nel seminterrato
di casa e li incatenò al muro per poi frustrali
con una cinghia per ore intere. La sorella Katerina
fu la prima da accorgersene, ma trovò la cosa
più divertente che sbagliata e consigliò a Klara
di non esagerare e di alternare le punizioni ad
un certo riposo dei due bambini.
Ogni giorno la donna, aiutata dalla zia e da
Barbora, li torturava brutalmente. Le loro teste
venivano immerse all’interno di una tinozza piena
d’acqua gelida e venivano tenute immerse fin
quasi all’annegamento. Calci, pugni frustate
e persino abusi sessuali erano ormai divenuti
la quotidiana normalità. Il loro essere maschi,
secondo Barbora, incarnava la malvagità del
padre e dovevano essere puniti con frustate
e calci nei genitali per il dolore che l’uomo
aveva inferto alla madre.
Ma le cose andarono peggiorando quando le donne
ne parlarono agli amici e qui entra in gioco
la figura di Jan Turek. L’uomo convinse le
donne che i bambini erano da “esorcizzare” con
riti appositi perchè era giusto incanalare in
loro l’idea di una vita dura e fatta di sofferenze.
Le punizioni non dovevano essere inflitte per
la colpa di un altro, ma per le loro ( pensiero
contorto, ma nel caso di una famiglia “normale”
potrebbe stare), ma il problema era che lui le
convinse a punire i figli per sbagli che ancora
non avevano fatto, ma che si presumeva avessero
fatto in futuro. Nella sua mente malata decise
che i bambini dovevano essere puniti perchè un
giorno avrebbero marinato la scuola, sarebbero
tornati a casa ubriachi, avrebbero rubato una
caramella, avrebbero scommesso dei soldi, e così
via: ogni giorno il gruppo di adulti pensava ad
una nuova possibile infrazione e andava a punire
i due piccoli innocenti.
Ben presto i piccoli corpi vennero ricoperti
da molte cicatrici e da bruciature di sigaretta.
I due bambini erano costretti a vivere il loro
incubo al buio, incatenati al muro o ad un
circondati dai loro stessi escrementi. La madre
per giustificare la loro assenza da scuola li
fece cancellare dall’elenco degli iscritti
dicendo alla preside che si sarebbero trasferiti .
Un giorno di novembre Klara si presentò davanti
ai figli con un coltello e poco per volta,
lentamente, cominciò ad incidere le carni di
Ondrej. Il suo corpo venne parzialmente scuoiato
e gli estrasse alcuni pezzi di carne dal costato
e dalla schiena.
Io credo che a quel punto oltre al tremendo
dolore fisico il bambino abbia accusato un
danno psicologico irreversibile e los tesso
vale per il fratellino maggiore che fu obbligato
non solo ad assistere, ma perfino a partecipare
all’orrore. Ondrej e Jakub vennero costretti a
mangiare quella carne insieme alla madre.
Pezzo dopo pezzo…
Immaginate quali incubi stiano ancora provando
nelle loro menti quei due bambini nello scoprire
che la loro madre, la persona che li dovrebbe amare
e proteggere, era in realtà un mostro affamato di
sangue e violenza.
Ma non finisce qui: una sera che tutti e 6 gli
adulti si erano riuniti per uno dei loro riti,
Jan Turek e Barbora Skrlova escogitarono un metodo
ingegnoso per non perdersi lo “spettacolo” delle
donne che torturavano i due bambini.
Decisero di comprare e installare un video
baby monitor così da poter vedere i figli
comodamente dalla sua cucina o dalle altre
stanze. Le torture proseguirono per sei mesi
e probabilmente sarebbero finite con la morte
dei piccoli, se non fosse che in questo caso
ci mise mano la Provvidenza.
Un vicino di casa, infatti, istallò un altro
baby monitor nella camera del figlioletto di
pochi mesi, così da poterlo tenere d’occhio
durante la notte. Per fortuna la tecnologia
di questi apparecchi è ancora approssimativa
e capita spesso che apparecchi del genere
interferiscano tra di loro quando sono posizionati
ad una breve distanza l’uno dall’altro.
Quello che vide l’uomo quando accese lo schermo
dell’apparecchio lo sconvolse: nell’immagine
distorta sul monitor comparve Ondrej che giaceva
nudo a terra, mentre si contorceva in una pozza
di sangue ed escrementi. Ferite orribili e grandi
tratti di carne esposta gli coprivano il corpo.
L’uomo chiamò la polizia che accorse a casa
Mauerova e finalmente, dopo aver sfondato la porta
della cantina, mise fine all’incubo per i due
bambini.
Insieme a loro venne trovata anche Barbora, che
probabilmente aveva sospettato qualcosa e nell
a sua lucida follia escogitò un piano a dir poco
geniale: si vestì come una bambina e fu trovata
mentre stringeva tra le braccia un orsacchiotto
di peluches. La donna, fingendosi una vittima,
corse tra le braccia di uno dei poliziotti,
ovviamente non destando alcun sospetto. Il
giorno dopo fu portata nell’orfanotrofio locale,
nell’attesa che le indagini chiarissero la
situazione. Poche ore dopo la donna era già
in fuga….
Venne catturata tre settimane dopo, quando
la famiglia che l’aveva presa in casa credendola
un bambino di strada, vide in TV il suo identikit.
Per sfuggire alla giustizia si era tagliata i
capelli a caschetto e si presentò davanti la casa
di una famiglia norvegese spacciandosi per Adam,
un bambino di 13 anni orfano.
Klara e la sorella Katerina furono arrestate
e furono le prima a confessare tutti gli orribili
maltrattamenti che fecero subire ai bambini.
Dissero di essere state manipolate da Barbora
che aveva operato su di loro un vero e proprio
lavaggio del cervello.
Il 23 ottobre 2008 ebbe termine il processo
al gruppo di mostri:
– Nonostante l’orrore scaturito dalla
confessione delle due sorelle la condanna
fu di appena 9 anni di reclusione per Klara
e 10 per Katerina, perchè ritenute parzialmente
instabili e non conscie delle loro azioni.
– Barbora Skrlova, nonostante è la sua parte
nella tortura, nonostante il suo tentativo di
sua e nonostante sia stata la mente traviante
del gruppo, è stata ritenuta elemento marginale
degli abusi e la difesa riuscì a convincere la
giuria che la donna non toccò mai direttamente
i due bambini. Se la cavò con soli 5 anni di
galera. C’è però chi sussurra che durante quel
periodo abbia subito una dura “lezione” da parte
di alcune detenute che una notte la picchiarono
e la seviziarono con uno sgabello di metallo.
– Hana Basova, 28, e Jan Skrla, 25, sono stati
condannati a sette anni ciascuno per aver
fomentato gli abusi ed aver conservato incasa
parecchi scatti dei bambini durante la loro
detenzione.
– Jan Turek, è stato imprigionato per cinque anni,
anche lui incredibilmente accusato solo di
complicità negli abusi, ma di aver avuto solo
un ruolo marginale.
Oggi i due bambini, Ondrej e Jakub,
sono stati affidati ad una famiglia che
è rimasta anonima e hanno cambiato nome
per maggiore tranquillità. A questo punto
io mi chiedo: 9 anni, 10 anni, 7 anni e
addirittura solo 5 anni… E’ questa la “giusta
pena” per chi distrugge la vita di due piccoli
innocenti che porteranno ferite sia fisiche
che psicologiche per il resto dalle vita?
FONTE: Misteri dal Mondo –
Credere Per Vedere
venerdì 19 marzo 2021
MISTERI:L’OSPEDALE ABBANDONATO DOVE SPARISCE LA GENTE .
TRATTO DA IL PARANORMALE.COM
L’ospedale abbandonato dove sparisce la gente
Da che mondo è mondo ogni città con un
certo numero di abitanti ha uno o più quartieri
malfamati, dove la gente crede che ci SIano
solo criminali e succedano cose brutte. Negli
ultimi anni questa stupida convinzione non è
cambiata, anzi: fomentate da cattiva pubblicità,
da notizie mirate a screditare certe città, da
film e serie TV ben poco realistiche, ancora
oggi si crede che in capoluoghi come Napoli,
Palermo, Milano, Genova, ecc. ci siano quartieri
dove se entri rischi la pelle.
Chiariamo: non voglio dire che la criminalità
non esiste e che certe notizie siano false, ma vi
assicuro che per quel poco che ho girato a Napoli
nei “Quartieri Spagnoli”, a Torino ai “Murazzi”,
a Genova in “via Prè” e a Milano a ” Quarto Oggiaro”
sono entrato con tanto di cellulare e soldi in bella
vista e non mi è mai successo nulla.
Esistono comunque luoghi in cui è meglio non
sostare per troppo tempo, specialmente di notte,
ma come ho già scritto in ogni paese ci sono zone
pericolose, alcune già teatro in passato di
aggressioni o di omicidi.
Per non urtare la sensibilità di nessuno io
vi parlo di un luogo lontano da noi, che
probabilmente nessun turista italiano ha avuto
modo di accedervi, specialmente di recente che
è stato recintato e sottoposti a controlli
continui con telecamere.
Siamo a Mosca e precisamente nella periferia
a nord della stupenda capitale; qui effettivamente
la metropoli va via via degradando in quartieri
più poveri e mal curati, ma a noi interessa
un edificio che negli anni ha assunto la
fama di far sparire la gente che vi entra.
No, non sto parlando di portali dimensionali
o teletrasporti, ma di un luogo in cui il male
si è annidato e attende solo degli sprovveduti
curiosi da seppellire nelle sue fondamenta: si
tratta dell’ospedale abbandonato di Hovrino,
covo di persone ben poco raccomandabili e
teatro negli ultimi decenni di omicidi,
messe sataniche, rapimenti, incidenti e
“sparizioni”. Se uno ci tiene alla propria
vita si tiene alla larga da quello che è
stato ribattezzato “ospedale killer”.
La costruzione è tutto sommato recente, dei
primi anni ’80, ma pur essendo stata completata
nel giro di 5 anni, l’insediamento del personale
non avvenne mai per errori di calcolo: secondo
uno studio effettuato a posteriori l’intero
complesso fu costruito su una zona geologica
instabile e le fondamenta in effetti iniziarono
a cedere sin dai primi tempi. Un totale di 11 piani
e 1300 posti letto, doveva essere, almeno sulla carta,
il più qualificato centro medico nel raggio di centinaia
di chilometri: oggi non resta che un enorme scheletro
di cemento armato di cui un intero piano è già
sprofondato e tutti i sotterranei sono allagati
da infiltrazioni di acqua di faglia.
L’ospedale non è stato demolito perché non si
volevano nemmeno spendere i soldi per la demolizione
e per tutti questi anni si è trasformato in un
rifugio di satanisti, fuggiaschi, malavitosi e
psicopatici.
Ora, una mente sana e logica penserebbe che
nessuno ci avvicinerebbe ad un luogo così
pericoloso (e per molte ragioni!): ebbene,
fino a qualche anno fa era esattamente il
contrario. L’ospedale di Hovrino era meta
di clochard che cercavano un posto dove
dormire e di ragazzi che praticano sport
estremi: proprio le attività sportive estreme
lo hanno reso un luogo di vero e proprio
pellegrinaggio per turisti e fanatici degli
sport estremi, attirando inevitabilmente
l’attenzione di persone che al contrario
non volevano curiosi in zona.
I residenti locali la chiamiamo “ospedale-killer”
non a caso: nel trentennio seguente alla costruzione
sono “sparite nel nulla” oltre 100 persone, per
lo più barboni o turisti, alcune delle quali
ritrovate smembrate e solo dopo l’intervento
delle forze armate scortate dal’esercito;
ancora oggi, nonostante l’intero edificio
sia controllato da telecamere e recintato
non è raro leggere sul giornale di stupri,
omicidi, traffici di armi e droga e risse
tra bande locali all’interno della costruzione
e perfino le autorità sembrano andarci
caute nell’intervenire.
Chi abita nel quartiere limitrofo ha
la continua sensazione di essere spiato
e c’è chi è convinto che nel buio dell’ospedale
si annidi un mostro pronto ad aggredire chiunque
si avvicini o si interessi troppo.
Qui i satanisti sono un’altra piaga sociale
piuttosto consistente e non è raro vedere
sui muri nuove scritte o incisioni blasfeme.
Nonostante tutto questo, nonostante sia considerato
“il luogo del male” moscovita, molti sono i
curiosi intenzionati a sfidare la fama dell’ospedale
abbandonato e il turismo ogni anno è consistente.
A volte però alcuni non trovano più la via di
ritorno…
FONTE: Misteri dal Mondo – Credere Per Vedere
sabato 6 ottobre 2018
CANZONI ANTICHE DI UN TEMPO ANTICO- “ A CAMMESELLA ”
“ A CAMMESELLA ”
E' una canzone che, in genere,
è conosciuta per la versione
che ne diede Toto in un
film del dopoguerra: una
specie di pretesto per
un quasi spogliarello.
Pero cosi molte parole
non sembrano avere
senso: perchè mai
l’uomo minacciava di
andarsene se la ragazza
non si spogliava? Perchè
si benediceva la mamma
che l’aveva sposata? In
realtà il senso della
canzone è tutt’altro :
si tratta di una sposa
alla prima notte di nozze:
il neo marito minaccia
di andarsene per forzarne
il pudore . Tutto un altro
mondo , si intende, di
quello di oggi
La canzone deriva da
uno stornello poi messo
per iscritto a metà ell'800.
LA CAMMESELLA
(Melbero, Stellato - 1857)
(Melbero, Stellato - 1857)
E lèvate 'o mantesino.
O mantesino, gnernò, gnernò.
E lèvate 'o mantesino.
'O mantesino, gnernò, gnernò.
O mantesino, gnernò, gnernò.
E lèvate 'o mantesino.
'O mantesino, gnernò, gnernò.
Si nun t' 'o vuó' levá,
mme sóso e mme ne vaco da ccá
Si nun t' 'o vuó' levá,
mme sóso e mme ne vaco da ccá.
mme sóso e mme ne vaco da ccá
Si nun t' 'o vuó' levá,
mme sóso e mme ne vaco da ccá.
E tèh, mme ll'aggio levato,
Ciccillo, cuntento, fa' chello ca vuó'.
E tèh, mme ll'aggio levato,
Ciccillo, cuntento, fa' chello che vuó'.
Sia benedetta mámmema,
quanno mme maritò.
Ciccillo, cuntento, fa' chello ca vuó'.
E tèh, mme ll'aggio levato,
Ciccillo, cuntento, fa' chello che vuó'.
Sia benedetta mámmema,
quanno mme maritò.
Sia benedetta mámmeta,
quanno te maritò.
quanno te maritò.
E lèvate 'a vesticciolla.
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E lèvate 'o suttanino.
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E lèvate stu curzetto.
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E lèvate 'a cammesella.
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E damme, Ceccè', nu vasillo.
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traduzione:
E levati il grembiule.
Il grembiule no, no.
E levati il grembiule.
Il grembiule no, no.
Il grembiule no, no.
E levati il grembiule.
Il grembiule no, no.
Se non te lo vuoi togliere,
mi alzo e me ne vado da qua.
Se non te lo vuoi togliere,
mi alzo e me ne vado da qua.
mi alzo e me ne vado da qua.
Se non te lo vuoi togliere,
mi alzo e me ne vado da qua.
Ecco, me lo sono tolto,
Ciccino, contento, fai quello che vuoi.
Ecco, me lo sono tolto,
Ciccino, contento, fai quello che vuoi.
Sia benedetta mia madre,
quando mi fece sposare.
Sia benedetta tua madre,
quando ti fece sposare.
E levati il vestito.
.......................Ciccino, contento, fai quello che vuoi.
Ecco, me lo sono tolto,
Ciccino, contento, fai quello che vuoi.
Sia benedetta mia madre,
quando mi fece sposare.
Sia benedetta tua madre,
quando ti fece sposare.
E levati il vestito.
E levati la sottoveste.
.............................E levati questo corpetto.
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E levati la camicetta.
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E dammi, Ciccina, un bacio.
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Giovanni De sio Cesari
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