Lasciate ogne speranza, Voi ch' intrate...

Vi aspetta un viaggio nella Cultura, nella Filosofia, nella Poesia, nella Sociologia, nel Gossip......by Phil :-)































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mercoledì 2 settembre 2026

POESIE sul mare

TRATTO DA CULTURA &SVAGO JOHN MANSFIELD - Febbre del mare Devo tornare sul mare, solitario sotto il cielo, e chiedo solo un'alta nave e una stella per guidarla, colpi di timone, canti del vento, sbuffi della vela bianca, e bigia foschìa sul volto del mare e un bigio romper dell'alba. Devo tornare sul mare, ché la chiamata della marea irruente è una chiara selvaggia chiamata imperiosa; e io chiedo soltanto un giorno di vento con volanti nuvole bianche, pien di spruzzi e di spuma e di strillanti gabbiani. Devo tornare sul mare, alla vita di zingaro vagabondo; alla via delle balene e degli uccelli marini, dove il vento è una lama tagliente; e io chiedo solo un'allegra canzone da un compagno ridente e un buon sonno e un bel sogno quando la lunga giocata è finita.

mercoledì 1 luglio 2026

Poesie su Napoli: NAPOLI

TRATTO DA CULTURA & SVAGO Tra i monti viola dorme Napoli bianco vestita, Ischia sul mare fluttua Come nube purpurea; La neve tra i crepacci Sta come studio candido di cigni; Il nero Vesuvio leva il capo Cinto di rossi riccioli. Hans Christian Andersen

mercoledì 17 giugno 2026

POESIE NAPOLETANE:Salvatore Di Giacomo -ERA DE MAGGIO

TRATTO DA CULTURA& SVAGO Era de maggio e te caréano 'nzino, a schiocche a schiocche, li ccerase rosse... Fresca era ll'aria...e tutto lu ciardino addurava de rose a ciento passe... Era de maggio, io no, nun mme ne scordo, na canzone cantávamo a doje voce... Cchiù tiempo passa e cchiù mme n'allicordo, fresca era ll'aria e la canzona doce... E diceva: Core, core! core mio, luntano vaje, tu mme lasse, io conto ll'ore... chisà quanno turnarraje! Rispunnevo: Turnarraggio quanno tornano li rrose... si stu sciore torna a maggio, pure a maggio io stóngo ccá. Si stu sciore torna a maggio, pure a maggio io stóngo ccá. E só' turnato e mo, comm'a na vota, cantammo 'nzieme lu mutivo antico; passa lu tiempo e lu munno s'avota, ma 'ammore vero no, nun vota vico... De te, bellezza mia, mme 'nnammuraje, si t'allicuorde, 'nnanz'a la funtana: Ll'acqua, llá dinto, nun se sécca maje, e ferita d'ammore nun se sana... Nun se sana: ca sanata, si se fosse, gioja mia, 'mmiez'a st'aria 'mbarzamata, a guardarte io nun starría! E te dico: Core, core! core mio, turnato io só'... Torna maggio e torna 'ammore: fa' de me chello che vuó'! Torna maggio e torna 'ammore: fa' de me chello che vuó'!

mercoledì 10 giugno 2026

Poesie sulla Resistenza e sulla liberazione italiana:Tu non sai le colline - Cesare Pavese

TRATTO DA CULTURA & SVAGO Tu non sai le colline dove si è sparso il sangue. Tutti quanti fuggimmo tutti quanti gettammo l'arma e il nome. Una donna ci guardava fuggire. Uno solo di noi si fermò a pugno chiuso, vide il cielo vuoto, chinò il capo e morì sotto il muro, tacendo. Ora è un cencio di sangue il suo nome. Una donna ci aspetta alle colline.

mercoledì 20 maggio 2026

poesia: POMERIGGIO

POMERIGGIO STANCO,DEPRESSO E VUOTO, SOLO ASSOLATO E FREDDO SOLO, SONNECCHIANTE E UN PO' FESTOSO. SPERANZOSO E PENSOSO SOLO, ALLEGRO DISINVOLTO. AFFOLLATO OBSOLETO, ANNOIATO E PUR SEMPRE SOLO. A.B.T.

mercoledì 25 febbraio 2026

POESIA:PENSANDOTI (CANTO D'AMORE)

Pensandoti il sole si allarga nel cielo riscaldando l'universo intero, la vita profuma di fiori e si colora di mille sfumature. Pensandoti la noia diventa interessante e la tristezza si trasforma in felicità. A.B.T

mercoledì 14 gennaio 2026

“La cavalla storna” di Giovanni Pascoli

tratto da sololibri.net Nella Torre il silenzio era già alto. Sussurravano i pioppi del Rio Salto. I cavalli normanni alle lor poste frangean la biada con rumor di croste. Là in fondo la cavalla era, selvaggia, nata tra i pini su la salsa spiaggia; che nelle froge avea del mar gli spruzzi ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. Con su la greppia un gomito, da essa era mia madre; e le dicea sommessa: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; tu capivi il suo cenno ed il suo detto! Egli ha lasciato un figlio giovinetto; il primo d’otto tra miei figli e figlie; e la sua mano non toccò mai briglie. Tu che ti senti ai fianchi l’uragano, tu dai retta alla sua piccola mano. Tu c’hai nel cuore la marina brulla, tu dai retta alla sua voce fanciulla". La cavalla volgea la scarna testa verso mia madre, che dicea più mesta: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l’amavi forte! Con lui c’eri tu sola e la sua morte O nata in selve tra l’ondate e il vento, tu tenesti nel cuore il tuo spavento; sentendo lasso nella bocca il morso, nel cuor veloce tu premesti il corso: adagio seguitasti la tua via, perché facesse in pace l’agonia...". La scarna lunga testa era daccanto al dolce viso di mia madre in pianto. "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; oh! due parole egli dové pur dire! E tu capisci, ma non sai ridire. Tu con le briglie sciolte tra le zampe, con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli orecchi l’eco degli scoppi, seguitasti la via tra gli alti pioppi: lo riportavi tra il morir del sole, perché udissimo noi le sue parole". Stava attenta la lunga testa fiera. Mia madre l’abbracciò su la criniera. "O cavallina, cavallina storna, portavi a casa sua chi non ritorna! a me, chi non ritornerà più mai! Tu fosti buona... Ma parlar non sai! Tu non sai, poverina; altri non osa. Oh! ma tu devi dirmi una, una cosa! Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise: esso t’è qui nelle pupille fise. Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. E tu fa cenno. Dio t’insegni, come". Ora, i cavalli non frangean la biada: dormian sognando il bianco della strada. La paglia non battean con l’unghie vuote: dormian sognando il rullo delle ruote. Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: disse un nome...Sonò alto un nitrito.

mercoledì 5 marzo 2025

UN SALUTO AD ELEONORA GIORGI-POESIA "Credo", di Carlo Bramanti

TRATTO DA ILMIOLIBRO Credo che nessuno muoia credo che l’anima in realtà divenga un’ombra e al culmine del suo vagare si adagi ai piedi d’un fiore non visto. Quei fiori gialli di cui son piene le campagne quando fai ritorno a casa e vorresti che lei esistesse.

mercoledì 26 febbraio 2025

POESIE SUL CARNEVALE:PAUL VERLAINE - Pantomima

TRATTO DA CULTURA E SVAGO: Pierrot che non ha niente d'un Clitandro si vuota un fiasco senza più attendere e, pratico, prende a morsi un pasticcio. Cassandro, in fondo al viale, versa una lacrima misconosciuta per il nipote diseredato. Quel ribaldo di Arlecchino combina il rapimento di Colombina e si fa quattro piroette. Colombina sogna, sorpresa di sentire un cuore nella brezza e di udire delle voci nel suo cuore.

mercoledì 8 gennaio 2025

biografia:Giacomo Leopardi

TRATTO DA BIOGRAFIE Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno del 1798 a Recanati (Macerata) dal conte Monaldo e da Adelaide dei Marchesi Antici. Il padre, dotato di squisiti gusti letterari e artistici, riuscì a collezionare un'importante biblioteca domestica, contenente migliaia di libri e che vedrà il giovane Giacomo frequentatore assiduo, tanto che a tredici anni già si dilettava di letture greche, francesi e inglesi, di fatto insensibile alle esortazioni paterne che avrebbe voluto per lui la conduzione di una vita più sana e dinamica. Nella biblioteca di casa trascorre i "sette anni di studio matto e disperatissimo" nella volontà di impossessarsi del più ampio universo possibile: sono anni che compromettono irrimediabilmente la salute e l'aspetto esteriore di Giacomo, fonte fra l'altro delle eterne diceriesulla nascita del cosiddetto pessimismo leopardiano. Leopardi stesso si è invece sempre opposto al tentativo di svilire la portata delle sue convinzioni, contestando che queste nascessero da quelle. La verità è che il precoce letterato soffriva di una forma di ipersensibilità che lo teneva lontano da tutto ciò che avrebbe potuto farlo soffrire, tra cui vanno ascritti di diritto i rapporti interpersonali. A diciotto anni scriveva odi greche facendole credere antiche, e cominciava a pubblicare opere d'erudizione storica e filologica. Il padre Monaldo, organizzava accademie in famiglia per farvi brillare l'ingegno del figlio, ma questi ormai sognava un mondo più grande, un pubblico più vario e meno provinciale. Tra il 1815 ed il 1816 si attua quella che è divenuta famosa come la "conversione letteraria" di Leopardi, il passaggio cioè dalla semplice erudizione alla poesia; quella che lo stesso Leopardi definì appunto "passaggio dalla erudizione al bello". Seguirà l'abbandono della concezione politica reazionaria del padre ed il distacco dalla religione cattolica.È il 1816, in particolare, l'anno in cui più distintamente la vocazione alla poesia si fa sentire, pur tra le tante opere di erudizione che ancora occupano il campo: accanto alle traduzioni del primo libro dell'Odissea e del secondo dell'Eneide, compone una lirica, "Le rimembranze," una cantica e un inno. Interviene nella polemica milanese tra classici e romantici. Nel 1817 si registrano nuove traduzioni e prove poetiche significative. La vita di Giacomo Leopardi in sè è povera di vicende esteriori: è la "storia di un'anima". (Con questo titolo il Leopardi aveva immaginato di scrivere un romanzo autobiografico). È un dramma vissuto e sofferto nell'intimità dello spirito.È il 1816, in particolare, l'anno in cui più distintamente la vocazione alla poesia si fa sentire, pur tra le tante opere di erudizione che ancora occupano il campo: accanto alle traduzioni del primo libro dell'Odissea e del secondo dell'Eneide, compone una lirica, "Le rimembranze," una cantica e un inno. Interviene nella polemica milanese tra classici e romantici. Nel 1817 si registrano nuove traduzioni e prove poetiche significativeIl poe ta, e così nella sua trasfigurazione l'essere umano "tout-court" aspira ad un'infinita felicità che è totalmente impossibile; la vita è inutile dolore; l'intelligenza non apre la via ad alcun mondo superiore poiché questo non esiste se non nell'illusione umana; l'intelligenza serve soltanto a farci capire che dal nulla siamo venuti e al nulla torneremo, mentre la fatica e il dolore di vivere nulla costruiscono. Nel 1817, sofferente per una deformazione alla colonna vertebrale e per disturbi nervosi, stringe rapporti epistolari con Pietro Giordani, che conoscerà di persona solo l'anno dopo e che presterà sempre umana comprensione agli sfoghi dell'amico. In questo periodo il grande poeta comincia fra l'altro ad annotare i primi pensieri per lo Zibaldone e scrive alcuni sonetti. Il 1818, invece, è l'anno in cuiLeopardi rivela la sua conversione, con il primo scritto che abbia valore di manifesto poetico: il "Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica", in difesa della poesia classica; inoltre pubblica a Roma, con dedica a Vincenzo Monti, le due canzoni "All'Italia" e "Sopra il monumento di Dante". Intanto, è colpito da una grave malattia agli occhi che gli impedisce non solo di leggere, ma anche di pensare, tanto che più volte medita il suicidio. Matura in questo clima la cosiddetta "conversione filosofica", ossia il passaggio dalla poesia alla filosofia, dalla condizione "antica" (naturalmente felice e poetica) alla "moderna" (dominata dall'infelicità e dalla noia), secondo un percorso che riproduce a livello individuale l'itinerario che il genere umano si trovò a compiere nella sua storia. In altre parole, la condizione originaria della poesia si allontana ai suoi occhi sempre più nelle epoche passate, e appare irriproducibile nell'età presente, dove la ragione ha inibito la possibilità di dare vita ai fantasmi della fantasia e dell'illusione.Sfortunatamente, in questo periodo si innamora pure segretamente della cugina Geltrude Cassi Lazzari, che rappresenta uno dei suoi tanti amori non corrisposti, amori ai quali il poeta attribuiva capacità quasi salvifiche di lenimento delle pene dell'anima. Finalmente nel febbraio del 1823 Giacomo può realizzare, col permesso paterno, il sogno di uscire da Recanati dove si sentiva prigioniero di un ambiente mediocre, che non lo sapeva né lo poteva comprendere. Ma recatosi a Roma presso lo zio materno, rimane profondamente deluso dalla città, troppo frivola e poco ospitale.Lo commuove soltanto il sepolcro del Tasso. Ritornato a Recanati, vi rimane due anni. Prende poi dimora a Milano (1825) dove conosce Vincenzo Monti; e poi ancora a Bologna (1826), Firenze (1827), dove conosce Vieusseux, Niccolini, Colletta, Alessandro Manzoni, e Pisa (1827-28). Si mantiene con lo stipendio mensile dell'editore milanese Stella, per il quale cura il commento alle rime del Petrarca, esegue traduzioni dal greco e compila due antologie di letteratura italiana: poesie e prose. Venutegli a mancare queste entrate torna a Recanati (1828). Nell'Aprile del 1830 torna a Firenze su invito del Colletta; qui stringe amicizia con l'esule napoletano Antonio Ranieri, il cui sodalizio durerà sino alla morte del poeta.Nel 1831 vede la luce a Firenze l'edizione dei "Canti". Nel 1833 parte con Ranieri alla volta di Napoli, dove due anni più tardi firma con l'editore Starita un contratto per la pubblicazione delle proprie opere. Nel 1836, per sfuggire alla minaccia del colera, si trasferisce alle falde del Vesuvio, dove compose due grandi liriche: "Il tramonto della luna" e "La ginestra". Il 14 giugno 1837 muore improvvisamente, a soli 39 anni, per l'aggravarsi dei mali che lo affliggevano da tempo.

mercoledì 27 novembre 2024

POESIA LA NONNA DI GIOVANNI PASCOLI

LA NONNA La nonna, di Giovanni Pascoli Tra tutti quei riccioli al vento, tra tutti quei biondi corimbi, sembrava, quel capo d’argento, dicesse col tremito, bimbi, sì… piccoli, sì… E i bimbi cercavano in festa, talora, con grido giulivo, le tremule mani e la testa che avevano solo di vivo quel povero sì. Sì, solo; sì, sempre, dal canto del fuoco, dall’umile trono; sì, per ogni scoppio di pianto, per ogni preghiera: perdono, sì… voglio, sì… sì! Sì, pure al lettino del bimbo malato… La Morte guardava, La Morte presente in un nimbo… La tremula testa dell’ava diceva sì! sì! Sì, sempre; sì, solo; le notti lunghissime, altissime! Nera moveva, ai lamenti interrotti, la Morte da un angolo… C’era quel tremulo sì, quel sì, presso il letto… E sì, prese la nonna, la prese, lasciandole vivere il bimbo. Si tese quel capo in un brivido blando, nell’ultimo sì.

mercoledì 2 ottobre 2024

POESIA ALLA NONNA DI G. D'ANNUNZIO

TRATTO DA LIBRERIAMO D’inverno ti mettevi una cuffietta coi nastri bianchi come il tuo visino, e facevi ogni sera la calzetta, seduta al lume, accanto al tavolino. Io imparavo la storia sacra in fretta e poi m’accoccolavo a te vicino per sentir narrar la favoletta del Drago Azzurro e del Guerrier Moschino. E quando il sonno proprio mi vinceva m’accompagnavi fino alla mia stanza e m’addormivi al suono dei tuoi baci. Agli occhi chiusi allor mi sorrideva in mezzo ai fiori una gioconda danza di sonni dolci, splendidi e fugaci.

mercoledì 11 settembre 2024

I haiku più belli e di valore per affrontare la vita con armonia.

articolo tratto da "libreriamo" Gli haiku sono una delle più semplici e sincere forme di poesia giapponese. Sono componimenti nati in Giappone nel diciassettesimo secolo, formati da tre versi costituiti in totale da 17 more secondo lo schema 5-7-5. Una mora nella metrica classica era l’unità di misura della durata delle sillabe. Non è una sillaba (anche se spesso viene equiparata ad essa), perché una sillaba può contenere anche due more. Da quando sono state fatte le prime traduzioni di haiku in occidente a questo genere poetico si sono affezionati alcuni dei più grandi scrittori del Novecento, da Rainer Maria Rikle a Paul Eluard. In Italia, si avvicinarono agli haiku alcuni poeti che hanno abbracciato la corrente dell’ermetismo, come Ungaretti e Quasimodo. La campana del tempio tace, ma il suono continua ad uscire dai fiori. Matsuo Basho (1644 – 1694) Sotto l’albero tutto si copre di petali di ciliegio,pure la zuppa e il pesce sottoaceto. Matsuo Basho Le nubi di tanto in tanto ci danno riposo mentre guardiamo la luna. Matsuo Basho Mondo di sofferenza: eppure i ciliegi sono in fiore. Kobayashi Issa Il tetto si è bruciato: ora posso vedere la luna. Mizuta Masahide (1657 -1723)

mercoledì 4 settembre 2024

L'uomo e la donna Poesia di Victor Hugo

L'uomo è la più elevata delle creature. La donna è il più sublime degli ideali. Dio fece per l'uomo un trono, per la donna un altare. Il trono esalta, l'altare santifica. L'uomo è il cervello. La donna il cuore. Il cervello fabbrica luce, il cuore produce amore. La luce feconda, l'amore resuscita. L'uomo è forte per la ragione. La donna è invincibile per le lacrime. La ragione convince, le lacrime commuovono. L'uomo è capace di tutti gli eroismi. La donna di tutti i martìri. L'eroismo nobilita, il martirio sublima. L'uomo ha la supremazia. La donna la preferenza. La supremazia significa forza; la preferenza rappresenta il diritto. L'uomo è un genio. La donna un angelo. Il genio è incommensurabile; l'angelo indefinibile. L'aspirazione dell'uomo è la gloria suprema. L'aspirazione della donna è la virtù estrema. La gloria rende tutto grande; la virtù rende tutto divino. L'uomo è un codice. La donna un vangelo. Il codice corregge, il vangelo perfeziona. L'uomo pensa. La donna sogna. Pensare è avere il cranio di una larva; sognare è avere sulla fronte un'aureola. L'uomo è un oceano. La donna un lago. L'oceano ha la perla che adorna; il lago la poesia che abbaglia. L'uomo è l'aquila che vola. La donna è l'usignolo che canta. Volare è dominare lo spazio; cantare è conquistare l'Anima. L'uomo è un tempio. La donna il sacrario. Dinanzi al tempio ci scopriamo; davanti al sacrario ci inginocchiamo. Infine: l'uomo si trova dove termina la terra, la donna dove comincia il cielo.

mercoledì 17 gennaio 2024

poesia di Eduardo De Filippo:“Sto ‘cca”: la bellissima poesia che Eduardo De Filippo ha scritto per la moglie Isabella

Sono qui Isabella, sono qui Non mi vedi? Già non mi puoi vedere ma sono qui. Sono tra i libri, tra le carte antiche, dentro i cassetti del comò. Mi trovi quando il sole entra e accende le cornici dorate d’argento, grandi piccole di legno pregiato,noce aceto mogano e palissandro, sembrano finestrelle aperte sul mondo. Mi trovi quando il sole diventa rosso e prima di tramontare indora i rami degli alberi e si inserisce tra le foglie per farsi guardar Altrimenti mi puoi trovare, quando si fa sera, in cucina mentre mi preparo qualcosa per riempire lo stomaco, un pizzico di formaggio e un po’ di insalata prima di addormentarmi Poi mi trovi all Alba, seduto a tavolino con la penna tra le dita e gli occhi verso il cielo pensando a ciò che t ho raccontato e non ho scritto E chissà se non sia stato un bene che si siano persi questi pensieri distratti che stanchi d esser pensati vagano per l aria insieme a me E se guardi per l aria può succedere che mi trovi tra le nuvole e che il vento strappi le nuvole e tra esse tu trovi due occhi che ti guardano… VERSIONE ORIGINALE Sto ccà, Isabè, sto ccà… Ch’è, nun me vide? Già, nun me può vedé… ma stongo ccà. Sto mmiez’ ‘e libre, mmiez’ ‘e ccarte antiche, pe’ dint’ ‘e tteratore d’ ‘o cummò. Me truove quann’ ‘o sole tras’ ‘e squinge se mpizz’ ‘e taglio e appiccia sti ccurnice ndurate argiento grosse e piccerelle ‘e lignammo priggiato – acero noce palissandro mogano – pareno fenestielle e fenestelle aperte ncopp’ ‘o munno… Me truove quann’ ‘o sole se fa russo primmo ca se ne scenne aret’ ‘e pprete ndurann’ ‘e rame ‘e ll’albere e se mpizza pe’ mmiez’ ‘e fronne, pe se fa guardà. Si no, me può truvà, scurato notte, rint’ a cucina p’arrangià caccosa: na puntella ‘e furmaggio, na nzalata… chellu ppoco ca te supponta ‘o stommeco e te cucche. Primmo d’ ‘a luce ‘e ll’alba po’ me trouve a ttavulino, c’ ‘a penna mmiez’ ‘ ddete e ll’uocchie ncielo pensanno a chello ca t’aggio cuntato e ca nun aggio scritto e ca va trova si nun è stato buono ca se songo perduto sti penziere distratte e stanche d’essere penzate che corrono pe’ ll’aria nzieme a me. E si guarde pe’ ll’aria po’ succedere ca si ce stanno ‘e nnuvole me truove. ‘O viento straccia ‘e nnuvole e comme vene vene, e può truva ciert’uoccie ca te guardeno sott’ ‘a na fronta larga larga e luonga e ddoje fosse scavate… ‘e può truvà.

mercoledì 29 novembre 2023

POESIE DEDICATE ALLA VITA

La mia vita non è quest’ora ripida, Rainer Maria Rilk La mia vita non è quest’ora ripida che mi vedi scalare in fretta. Sono un albero innanzi all’orizzonte, una delle mie molte bocche, e la prima a chiudersi. Sono l’attimo tra due suoni che male s’accordano perché il suono morte vuole emergere Ma nella pausa buia si riconciliano entrambi tremando. E bello resta il canto.

mercoledì 22 novembre 2023

DEDICATO ALLA DONNA.

Tieni sempre presente – Madre Teresa di Calcutta Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe, i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni… Però ciò che è importante non cambia; la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno. Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza. Dietro ogni successo c’è un’altra delusione. Fino a quando sei viva, sentiti viva. Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo. Non vivere di foto ingiallite… Insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni. Non lasciare che si arruginisca il ferro che c’è in te. Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto. Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce. Quando non potrai camminare veloce, cammina. Quando non potrai camminare, usa il bastone. Però non trattenerti mai. Ti meriti un amore – Frida Kahlo Ti meriti un amore che ti voglia spettinata, con tutto e le ragioni che ti fanno alzare in fretta, con tutto e i demoni che non ti lasciano dormire. Ti meriti un amore che ti faccia sentire sicura, in grado di mangiarsi il mondo quando cammina accanto a te, che senta che i tuoi abbracci sono perfetti per la sua pelle. Ti meriti un amore che voglia ballare con te, che trovi il paradiso ogni volta che guarda nei tuoi occhi e non si stanchi mai di leggere le tue espressioni. Ti meriti un amore che ti ascolti quando canti, che ti appoggi quando fai il ridicolo, che rispetti il tuo essere libera, che ti accompagni nel tuo volo, che non abbia paura di cadere. Ti meriti un amore che ti spazzi via le bugie, che ti porti l’illusione, il caffè e la poesia.

mercoledì 25 ottobre 2023

GIUSEPPE UNGARETTI: SONO UNA CREATURA

Sono una creatura di Giuseppe Ungaretti Come questa pietra del monte San Michele così fredda così dura così prosciugata così refrattaria così totalmente disanimata Come questa pietra è il mio pianto che non si vede La morte si sconta vivendo.

mercoledì 14 giugno 2023

UGO FOSCOLO:L’ultimo addio (POESIA DEDICATA ALLA FINE DI UN AMORE)

TRATTO DA LIBRERIAMO.IT L’addio all’amata Il poeta inizia la poesia confessando di essere l’unico capace di sapere quanto abbia amato la donna perduta. La fine dell’amore provoca in Foscolo un dolore ancor più grande della morte, ora che lui si sente “col piè nella fossa”. Nonostante l’enorme dolore provocato da questo addio, l’amata “anche in questo frangente ritorni, come solevi, davanti a questi occhi che morendo si fissano in te”. Ma l’autore è “certo del tuo pianto”, ovvero del fatto che anche l’amata stia soffrendo per tale situazione. L’ultimo addio T’amai, dunque, t’amai, e t’amo ancor di un amore che non si può concepire che da me solo. È poco prezzo, o mio angelo, la morte per chi ha potuto udir che tu l’ami, e sentirsi scorrere in tutta l’anima la voluttà del tuo bacio, e pianger teco – io sto col piè nella fossa; eppure tu anche in questo frangente ritorni, come solevi, davanti a questi occhi che morendo si fissano in te, in te che sacra risplendi di tutta la tua bellezza… Io muoio… pieno di te, e certo del tuo pianto…

mercoledì 31 maggio 2023

poesia per il 2 giugno: G. Leopardi-ALL'ITALIA.

All'Italia di Giacomo Leopardi O patria mia, vedo le mura e gli archi E le colonne e i simulacri e l'erme Torri degli avi nostri, Ma la gloria non vedo, Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi I nostri padri antichi. Or fatta inerme, Nuda la fronte e nudo il petto mostri. Oimè quante ferite, Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio, Formosissima donna! Io chiedo al cielo E al mondo: dite dite; Chi la ridusse a tale? E questo è peggio, Che di catene ha carche ambe le braccia; Sì che sparte le chiome e senza velo Siede in terra negletta e sconsolata, Nascondendo la faccia Tra le ginocchia, e piange. Piangi, che ben hai donde, Italia mia, Le genti a vincer nata E nella fausta sorte e nella ria. Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive, Mai non potrebbe il pianto Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno; Che fosti donna, or sei povera ancella. Chi di te parla o scrive, Che, rimembrando il tuo passato vanto, Non dica: già fu grande, or non è quella? Perché, perchè? dov'è la forza antica, Dove l'armi e il valore e la costanza? Chi ti discinse il brando? Chi ti tradì? qual arte o qual fatica O qual tanta possanza Valse a spogliarti il manto e l'auree bende? Come cadesti o quando Da tanta altezza in così basso loco? Nessun pugna per te? non ti difende Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo Combatterò, procomberò sol io. Dammi, o ciel, che sia foco Agl'italici petti il sangue mio. Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi E di carri e di voci e di timballi: In estranie contrade Pugnano i tuoi figliuoli. Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi, Un fluttuar di fanti e di cavalli, E fumo e polve, e luccicar di spade Come tra nebbia lampi. Nè ti conforti? e i tremebondi lumi Piegar non soffri al dubitoso evento? A che pugna in quei campi L'itala gioventude? O numi, o numi: Pugnan per altra terra itali acciari. Oh misero colui che in guerra è spento, Non per li patrii lidi e per la pia Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui Per altra gente, e non può dir morendo: Alma terra natia, La vita che mi desti ecco ti rendo. Oh venturose e care e benedette L'antiche età, che a morte Per la patria correan le genti a squadre; E voi sempre onorate e gloriose, O tessaliche strette, Dove la Persia e il fato assai men forte Fu di poch'alme franche e generose! Io credo che le piante e i sassi e l'onda E le montagne vostre al passeggere Con indistinta voce Narrin siccome tutta quella sponda Coprìr le invitte schiere De' corpi ch'alla Grecia eran devoti. Allor, vile e feroce, Serse per l'Ellesponto si fuggia, Fatto ludibrio agli ultimi nepoti; E sul colle d'Antela, ove morendo Si sottrasse da morte il santo stuolo, Simonide salia, Guardando l'etra e la marina e il suolo. E di lacrime sparso ambe le guance, E il petto ansante, e vacillante il piede, Toglieasi in man la lira: Beatissimi voi, Ch'offriste il petto alle nemiche lance Per amor di costei ch'al Sol vi diede; Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira. Nell'armi e ne' perigli Qual tanto amor le giovanette menti, Qual nell'acerbo fato amor vi trasse? Come sì lieta, o figli, L'ora estrema vi parve, onde ridenti Correste al passo lacrimoso e duro? Parea ch'a danza e non a morte andasse Ciascun de' vostri, o a splendido convito: Ma v'attendea lo scuro Tartaro, e l'onda morta; Nè le spose vi foro o i figli accanto Quando su l'aspro lito Senza baci moriste e senza pianto. Ma non senza de' Persi orrida pena Ed immortale angoscia. Come lion di tori entro una mandra Or salta a quello in tergo e sì gli scava Con le zanne la schiena, Or questo fianco addenta or quella coscia; Tal fra le Perse torme infuriava L'ira de' greci petti e la virtute. Ve' cavalli supini e cavalieri; Vedi intralciare ai vinti La fuga i carri e le tende cadute, E correr fra' primieri Pallido e scapigliato esso tiranno; Ve' come infusi e tinti Del barbarico sangue i greci eroi, Cagione ai Persi d'infinito affanno, A poco a poco vinti dalle piaghe, L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva: Beatissimi voi Mentre nel mondo si favelli o scriva. Prima divelte, in mar precipitando, Spente nell'imo strideran le stelle, Che la memoria e il vostro Amor trascorra o scemi. La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando Verran le madri ai parvoli le belle Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro, O benedetti, al suolo, E bacio questi sassi e queste zolle, Che fien lodate e chiare eternamente Dall'uno all'altro polo. Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle Fosse del sangue mio quest'alma terra. Che se il fato è diverso, e non consente Ch'io per la Grecia i moribondi lumi Chiuda prostrato in guerra, Così la vereconda Fama del vostro vate appo i futuri Possa, volendo i numi, Tanto durar quanto la vostra duri.