Lasciate ogne speranza, Voi ch' intrate...
Vi aspetta un viaggio nella Cultura, nella Filosofia, nella Poesia, nella Sociologia, nel Gossip......by Phil :-)
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mercoledì 2 settembre 2026
POESIE sul mare
TRATTO DA CULTURA &SVAGO
JOHN MANSFIELD - Febbre del mare
Devo tornare sul mare, solitario sotto il cielo,
e chiedo solo un'alta nave e una stella per guidarla,
colpi di timone, canti del vento,
sbuffi della vela bianca,
e bigia foschìa sul volto del mare
e un bigio romper dell'alba.
Devo tornare sul mare, ché la chiamata
della marea irruente è una chiara
selvaggia chiamata imperiosa;
e io chiedo soltanto un giorno di vento
con volanti nuvole bianche,
pien di spruzzi e di spuma e di strillanti gabbiani.
Devo tornare sul mare, alla vita
di zingaro vagabondo; alla via
delle balene e degli uccelli marini,
dove il vento è una lama tagliente;
e io chiedo solo un'allegra canzone
da un compagno ridente e un buon sonno
e un bel sogno
quando la lunga giocata è finita.
mercoledì 1 luglio 2026
Poesie su Napoli: NAPOLI
TRATTO DA CULTURA & SVAGO
Tra i monti viola dorme
Napoli bianco vestita,
Ischia sul mare fluttua
Come nube purpurea;
La neve tra i crepacci
Sta come studio candido di cigni;
Il nero Vesuvio leva il capo
Cinto di rossi riccioli.
Hans Christian Andersen
mercoledì 17 giugno 2026
POESIE NAPOLETANE:Salvatore Di Giacomo -ERA DE MAGGIO
TRATTO DA CULTURA& SVAGO
Era de maggio e te caréano 'nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse...
Fresca era ll'aria...e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe...
Era de maggio, io no, nun mme ne scordo,
na canzone cantávamo a doje voce...
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n'allicordo,
fresca era ll'aria e la canzona doce...
E diceva: Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse, io conto ll'ore...
chisà quanno turnarraje!
Rispunnevo: Turnarraggio
quanno tornano li rrose...
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.
E só' turnato e mo, comm'a na vota,
cantammo 'nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s'avota,
ma 'ammore vero no, nun vota vico...
De te, bellezza mia, mme 'nnammuraje,
si t'allicuorde, 'nnanz'a la funtana:
Ll'acqua, llá dinto, nun se sécca maje,
e ferita d'ammore nun se sana...
Nun se sana: ca sanata,
si se fosse, gioja mia,
'mmiez'a st'aria 'mbarzamata,
a guardarte io nun starría!
E te dico: Core, core!
core mio, turnato io só'...
Torna maggio e torna 'ammore:
fa' de me chello che vuó'!
Torna maggio e torna 'ammore:
fa' de me chello che vuó'!
mercoledì 10 giugno 2026
Poesie sulla Resistenza e sulla liberazione italiana:Tu non sai le colline - Cesare Pavese
TRATTO DA CULTURA & SVAGO
Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l'arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.
mercoledì 20 maggio 2026
poesia: POMERIGGIO
POMERIGGIO
STANCO,DEPRESSO E
VUOTO, SOLO
ASSOLATO E FREDDO
SOLO, SONNECCHIANTE
E UN PO' FESTOSO.
SPERANZOSO E PENSOSO
SOLO, ALLEGRO
DISINVOLTO. AFFOLLATO
OBSOLETO, ANNOIATO E
PUR SEMPRE SOLO.
A.B.T.
mercoledì 25 febbraio 2026
POESIA:PENSANDOTI (CANTO D'AMORE)
Pensandoti
il sole si allarga
nel cielo riscaldando
l'universo intero,
la vita profuma di
fiori e si colora di
mille sfumature.
Pensandoti
la noia diventa
interessante e
la tristezza si
trasforma in felicità.
A.B.T
mercoledì 14 gennaio 2026
“La cavalla storna” di Giovanni Pascoli
tratto da sololibri.net
Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
"O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dai retta alla sua piccola mano.
Tu c’hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla".
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
"O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte
O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia...".
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
"O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole".
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera.
"O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una, una cosa!
Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come".
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome...Sonò alto un nitrito.
mercoledì 5 marzo 2025
UN SALUTO AD ELEONORA GIORGI-POESIA "Credo", di Carlo Bramanti
TRATTO DA ILMIOLIBRO
Credo che nessuno muoia
credo che l’anima in realtà
divenga un’ombra
e al culmine del suo vagare
si adagi ai piedi
d’un fiore non visto.
Quei fiori gialli
di cui son piene
le campagne
quando fai ritorno a casa
e vorresti che lei
esistesse.
mercoledì 26 febbraio 2025
POESIE SUL CARNEVALE:PAUL VERLAINE - Pantomima
TRATTO DA CULTURA E SVAGO:
Pierrot che non ha niente d'un Clitandro
si vuota un fiasco senza più attendere
e, pratico, prende a morsi un pasticcio.
Cassandro, in fondo al viale,
versa una lacrima misconosciuta
per il nipote diseredato.
Quel ribaldo di Arlecchino combina
il rapimento di Colombina
e si fa quattro piroette.
Colombina sogna, sorpresa
di sentire un cuore nella brezza
e di udire delle voci nel suo cuore.
mercoledì 8 gennaio 2025
biografia:Giacomo Leopardi
TRATTO DA BIOGRAFIE
Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno del 1798
a Recanati (Macerata) dal conte Monaldo e da
Adelaide dei Marchesi Antici. Il padre, dotato
di squisiti gusti letterari e artistici, riuscì
a collezionare un'importante biblioteca domestica,
contenente migliaia di libri e che vedrà il giovane
Giacomo frequentatore assiduo, tanto che a tredici
anni già si dilettava di letture greche, francesi e
inglesi, di fatto insensibile alle esortazioni paterne
che avrebbe voluto per lui la conduzione di una vita
più sana e dinamica.
Nella biblioteca di casa trascorre i "sette anni
di studio matto e disperatissimo" nella volontà di
impossessarsi del più ampio universo possibile: sono
anni che compromettono irrimediabilmente la salute
e l'aspetto esteriore di Giacomo, fonte fra l'altro
delle eterne diceriesulla nascita del cosiddetto pessimismo
leopardiano. Leopardi stesso si è invece sempre opposto
al tentativo di svilire la portata delle sue convinzioni,
contestando che queste nascessero da quelle. La verità
è che il precoce letterato soffriva di una forma di
ipersensibilità che lo teneva lontano da tutto ciò
che avrebbe potuto farlo soffrire, tra cui vanno
ascritti di diritto i rapporti interpersonali. A
diciotto anni scriveva odi greche facendole credere
antiche, e cominciava a pubblicare opere
d'erudizione storica e filologica. Il padre
Monaldo, organizzava accademie in famiglia per
farvi brillare l'ingegno del figlio, ma questi
ormai sognava un mondo più grande, un pubblico
più vario e meno provinciale.
Tra il 1815 ed il 1816 si attua quella
che è divenuta famosa come la "conversione letteraria"
di Leopardi, il passaggio cioè dalla semplice
erudizione alla poesia; quella che lo stesso
Leopardi definì appunto "passaggio dalla erudizione
al bello". Seguirà l'abbandono della concezione
politica reazionaria del padre ed il distacco
dalla religione cattolica.È il 1816, in particolare,
l'anno in cui più distintamente la vocazione alla
poesia si fa sentire, pur tra le tante opere di
erudizione che ancora occupano il campo: accanto
alle traduzioni del primo libro dell'Odissea e
del secondo dell'Eneide, compone una lirica,
"Le rimembranze," una cantica e un inno.
Interviene nella polemica milanese tra classici
e romantici. Nel 1817 si registrano nuove traduzioni
e prove poetiche significative.
La vita di Giacomo Leopardi in sè è povera di
vicende esteriori: è la "storia di un'anima".
(Con questo titolo il Leopardi aveva immaginato
di scrivere un romanzo autobiografico). È un
dramma vissuto e sofferto nell'intimità dello
spirito.È il 1816, in particolare, l'anno in
cui più distintamente la vocazione alla poesia
si fa sentire, pur tra le tante opere di erudizione
che ancora occupano il campo: accanto alle traduzioni
del primo libro dell'Odissea e del secondo
dell'Eneide, compone una lirica,
"Le rimembranze," una cantica e un inno.
Interviene nella polemica milanese tra
classici e romantici. Nel 1817 si registrano
nuove traduzioni e prove poetiche significativeIl poe
ta, e così nella sua trasfigurazione
l'essere umano "tout-court" aspira ad
un'infinita felicità che è totalmente
impossibile; la vita è inutile dolore;
l'intelligenza non apre la via ad alcun
mondo superiore poiché questo non esiste
se non nell'illusione umana; l'intelligenza
serve soltanto a farci capire che dal nulla
siamo venuti e al nulla torneremo, mentre la
fatica e il dolore di vivere nulla costruiscono.
Nel 1817, sofferente per una deformazione
alla colonna vertebrale e per disturbi nervosi,
stringe rapporti epistolari con Pietro Giordani,
che conoscerà di persona solo l'anno dopo e che
presterà sempre umana comprensione agli sfoghi
dell'amico. In questo periodo il grande poeta
comincia fra l'altro ad annotare i primi pensieri
per lo Zibaldone e scrive alcuni sonetti. Il 1818,
invece, è l'anno in cuiLeopardi rivela la sua conversione,
con il primo scritto che abbia valore di manifesto poetico:
il "Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica",
in difesa della poesia classica; inoltre pubblica a Roma,
con dedica a Vincenzo Monti, le due canzoni "All'Italia"
e "Sopra il monumento di Dante". Intanto, è colpito da
una grave malattia agli occhi che gli impedisce non solo
di leggere, ma anche di pensare, tanto che più volte
medita il suicidio.
Matura in questo clima la cosiddetta "conversione filosofica",
ossia il passaggio dalla poesia alla filosofia, dalla condizione
"antica" (naturalmente felice e poetica) alla "moderna"
(dominata dall'infelicità e dalla noia), secondo un percorso
che riproduce a livello individuale l'itinerario che il
genere umano si trovò a compiere nella sua storia. In
altre parole, la condizione originaria della poesia si
allontana ai suoi occhi sempre più nelle epoche passate,
e appare irriproducibile nell'età presente, dove la
ragione ha inibito la possibilità di dare vita ai fantasmi
della fantasia e dell'illusione.Sfortunatamente, in questo
periodo si innamora pure segretamente della cugina Geltrude
Cassi Lazzari, che rappresenta uno dei suoi tanti amori non
corrisposti, amori ai quali il poeta attribuiva capacità
quasi salvifiche di lenimento delle pene dell'anima. Finalmente
nel febbraio del 1823 Giacomo può realizzare, col permesso paterno,
il sogno di uscire da Recanati dove si sentiva prigioniero di
un ambiente mediocre, che non lo sapeva né lo poteva comprendere.
Ma recatosi a Roma presso lo zio materno, rimane profondamente
deluso dalla città, troppo frivola e poco ospitale.Lo commuove
soltanto il sepolcro del Tasso. Ritornato a Recanati,
vi rimane due anni. Prende poi dimora a Milano (1825)
dove conosce Vincenzo Monti; e poi ancora a Bologna
(1826), Firenze (1827), dove conosce Vieusseux, Niccolini,
Colletta, Alessandro Manzoni, e Pisa (1827-28).
Si mantiene con lo stipendio mensile dell'editore
milanese Stella, per il quale cura il commento alle
rime del Petrarca, esegue traduzioni dal greco e compila
due antologie di letteratura italiana: poesie e prose.
Venutegli a mancare queste entrate torna a Recanati
(1828). Nell'Aprile del 1830 torna a Firenze su invito
del Colletta; qui stringe amicizia con l'esule napoletano
Antonio Ranieri, il cui sodalizio durerà sino alla morte
del poeta.Nel 1831 vede la luce a Firenze l'edizione dei
"Canti". Nel 1833 parte con Ranieri alla volta di Napoli,
dove due anni più tardi firma con l'editore Starita
un contratto per la pubblicazione delle proprie opere.
Nel 1836, per sfuggire alla minaccia del colera,
si trasferisce alle falde del Vesuvio, dove compose due grandi
liriche: "Il tramonto della luna" e "La ginestra".
Il 14 giugno 1837 muore improvvisamente, a soli 39 anni,
per l'aggravarsi dei mali che lo affliggevano da tempo.
mercoledì 27 novembre 2024
POESIA LA NONNA DI GIOVANNI PASCOLI
LA NONNA
La nonna, di Giovanni Pascoli
Tra tutti quei riccioli al vento,
tra tutti quei biondi corimbi,
sembrava, quel capo d’argento,
dicesse col tremito, bimbi,
sì… piccoli, sì…
E i bimbi cercavano in festa,
talora, con grido giulivo,
le tremule mani e la testa
che avevano solo di vivo
quel povero sì.
Sì, solo; sì, sempre, dal canto
del fuoco, dall’umile trono;
sì, per ogni scoppio di pianto,
per ogni preghiera: perdono,
sì… voglio, sì… sì!
Sì, pure al lettino del bimbo
malato… La Morte guardava,
La Morte presente in un nimbo…
La tremula testa dell’ava
diceva sì! sì!
Sì, sempre; sì, solo; le notti
lunghissime, altissime! Nera
moveva, ai lamenti interrotti,
la Morte da un angolo… C’era
quel tremulo sì,
quel sì, presso il letto… E sì, prese
la nonna, la prese, lasciandole
vivere il bimbo. Si tese
quel capo in un brivido blando,
nell’ultimo sì.
mercoledì 2 ottobre 2024
POESIA ALLA NONNA DI G. D'ANNUNZIO
TRATTO DA LIBRERIAMO
D’inverno ti mettevi una cuffietta
coi nastri bianchi come il tuo visino,
e facevi ogni sera la calzetta,
seduta al lume, accanto al tavolino.
Io imparavo la storia sacra in fretta
e poi m’accoccolavo a te vicino
per sentir narrar la favoletta
del Drago Azzurro e del Guerrier Moschino.
E quando il sonno proprio mi vinceva
m’accompagnavi fino alla mia stanza
e m’addormivi al suono dei tuoi baci.
Agli occhi chiusi allor mi sorrideva
in mezzo ai fiori una gioconda danza
di sonni dolci, splendidi e fugaci.
mercoledì 11 settembre 2024
I haiku più belli e di valore per affrontare la vita con armonia.
articolo tratto da "libreriamo"
Gli haiku sono una delle più semplici
e sincere forme di poesia giapponese.
Sono componimenti nati in Giappone nel
diciassettesimo secolo, formati da tre
versi costituiti in totale da 17 more
secondo lo schema 5-7-5. Una mora nella
metrica classica era l’unità di misura
della durata delle sillabe.
Non è una sillaba (anche se spesso
viene equiparata ad essa), perché una
sillaba può contenere anche due more.
Da quando sono state fatte le prime traduzioni
di haiku in occidente a questo genere poetico
si sono affezionati alcuni dei più grandi scrittori del
Novecento, da Rainer Maria Rikle a Paul Eluard.
In Italia, si avvicinarono agli haiku alcuni
poeti che hanno abbracciato la corrente dell’ermetismo,
come Ungaretti e Quasimodo.
La campana del tempio tace,
ma il suono continua
ad uscire dai fiori.
Matsuo Basho
(1644 – 1694)
Sotto l’albero tutto si copre
di petali di ciliegio,pure la zuppa e il pesce sottoaceto.
Matsuo Basho
Le nubi di tanto in tanto
ci danno riposo
mentre guardiamo la luna.
Matsuo Basho
Mondo di sofferenza:
eppure i ciliegi
sono in fiore.
Kobayashi Issa
Il tetto si è bruciato:
ora
posso vedere la luna.
Mizuta Masahide
(1657 -1723)
mercoledì 4 settembre 2024
L'uomo e la donna Poesia di Victor Hugo
L'uomo è la più elevata delle creature.
La donna è il più sublime degli ideali.
Dio fece per l'uomo un trono, per la donna un altare.
Il trono esalta, l'altare santifica.
L'uomo è il cervello. La donna il cuore.
Il cervello fabbrica luce, il cuore produce amore.
La luce feconda, l'amore resuscita.
L'uomo è forte per la ragione.
La donna è invincibile per le lacrime.
La ragione convince, le lacrime commuovono.
L'uomo è capace di tutti gli eroismi.
La donna di tutti i martìri.
L'eroismo nobilita, il martirio sublima.
L'uomo ha la supremazia.
La donna la preferenza.
La supremazia significa forza;
la preferenza rappresenta il diritto.
L'uomo è un genio. La donna un angelo.
Il genio è incommensurabile;
l'angelo indefinibile.
L'aspirazione dell'uomo è la gloria suprema.
L'aspirazione della donna è la virtù estrema.
La gloria rende tutto grande; la virtù rende tutto divino.
L'uomo è un codice. La donna un vangelo.
Il codice corregge, il vangelo perfeziona.
L'uomo pensa. La donna sogna.
Pensare è avere il cranio di una larva;
sognare è avere sulla fronte un'aureola.
L'uomo è un oceano. La donna un lago.
L'oceano ha la perla che adorna;
il lago la poesia che abbaglia.
L'uomo è l'aquila che vola.
La donna è l'usignolo che canta.
Volare è dominare lo spazio;
cantare è conquistare l'Anima.
L'uomo è un tempio. La donna il sacrario.
Dinanzi al tempio ci scopriamo;
davanti al sacrario ci inginocchiamo. Infine:
l'uomo si trova dove termina la terra,
la donna dove comincia il cielo.
mercoledì 17 gennaio 2024
poesia di Eduardo De Filippo:“Sto ‘cca”: la bellissima poesia che Eduardo De Filippo ha scritto per la moglie Isabella
Sono qui Isabella, sono qui
Non mi vedi?
Già non mi puoi vedere ma sono qui.
Sono tra i libri, tra le carte antiche,
dentro i cassetti del comò.
Mi trovi quando il sole entra e accende
le cornici dorate d’argento, grandi piccole
di legno pregiato,noce aceto mogano e palissandro,
sembrano finestrelle aperte sul mondo.
Mi trovi quando il sole diventa rosso e prima
di tramontare indora i rami degli alberi e si
inserisce tra le foglie per farsi guardar
Altrimenti mi puoi trovare, quando si fa sera,
in cucina mentre mi preparo qualcosa per riempire
lo stomaco, un pizzico di formaggio e un
po’ di insalata prima di addormentarmi
Poi mi trovi all Alba, seduto a tavolino con
la penna tra le dita e gli occhi verso il cielo
pensando a ciò che t ho raccontato e non ho scritto
E chissà se non sia stato un bene che si siano
persi questi pensieri distratti che stanchi d esser
pensati vagano per l aria insieme a me
E se guardi per l aria può succedere che mi
trovi tra le nuvole e che il vento strappi le
nuvole e tra esse tu trovi due occhi che ti guardano…
VERSIONE ORIGINALE
Sto ccà, Isabè, sto ccà…
Ch’è, nun me vide?
Già, nun me può vedé…
ma stongo ccà.
Sto mmiez’ ‘e libre,
mmiez’ ‘e ccarte antiche,
pe’ dint’ ‘e tteratore d’ ‘o cummò.
Me truove quann’ ‘o sole tras’ ‘e squinge
se mpizz’ ‘e taglio
e appiccia sti ccurnice
ndurate
argiento
grosse e piccerelle
‘e lignammo priggiato –
acero
noce
palissandro
mogano –
pareno fenestielle e fenestelle
aperte ncopp’ ‘o munno…
Me truove quann’ ‘o sole se fa russo
primmo ca se ne scenne aret’ ‘e pprete
ndurann’ ‘e rame ‘e ll’albere
e se mpizza
pe’ mmiez’ ‘e fronne,
pe se fa guardà.
Si no, me può truvà, scurato notte,
rint’ a cucina
p’arrangià caccosa:
na puntella ‘e furmaggio,
na nzalata…
chellu ppoco
ca te supponta ‘o stommeco
e te cucche.
Primmo d’ ‘a luce ‘e ll’alba
po’
me trouve a ttavulino,
c’ ‘a penna mmiez’ ‘ ddete
e ll’uocchie ncielo
pensanno a chello ca t’aggio cuntato
e ca nun aggio scritto
e ca
va trova
si nun è stato buono
ca se songo perduto sti penziere
distratte
e stanche d’essere penzate
che corrono pe’ ll’aria nzieme a me.
E si guarde pe’ ll’aria
po’ succedere
ca si ce stanno ‘e nnuvole
me truove.
‘O viento straccia ‘e nnuvole
e comme vene vene,
e può truva ciert’uoccie
ca te guardeno
sott’ ‘a na fronta larga larga
e luonga
e ddoje fosse scavate…
‘e può truvà.
mercoledì 29 novembre 2023
POESIE DEDICATE ALLA VITA
La mia vita non è quest’ora ripida,
Rainer Maria Rilk
La mia vita non è quest’ora ripida
che mi vedi scalare in fretta.
Sono un albero innanzi all’orizzonte,
una delle mie molte bocche,
e la prima a chiudersi.
Sono l’attimo tra due suoni
che male s’accordano
perché il suono morte vuole emergere
Ma nella pausa buia si riconciliano
entrambi tremando.
E bello resta il canto.
mercoledì 22 novembre 2023
DEDICATO ALLA DONNA.
Tieni sempre presente – Madre Teresa di Calcutta
Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
Insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arruginisca il ferro che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai.
Ti meriti un amore – Frida Kahlo
Ti meriti un amore che ti voglia spettinata,
con tutto e le ragioni che ti fanno alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti lasciano dormire.
Ti meriti un amore che ti faccia sentire sicura,
in grado di mangiarsi il mondo quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono perfetti per la sua pelle.
Ti meriti un amore che voglia ballare con te,
che trovi il paradiso ogni volta che guarda nei tuoi occhi
e non si stanchi mai di leggere le tue espressioni.
Ti meriti un amore che ti ascolti quando canti,
che ti appoggi quando fai il ridicolo,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.
Ti meriti un amore che ti spazzi via le bugie,
che ti porti l’illusione,
il caffè
e la poesia.
mercoledì 25 ottobre 2023
GIUSEPPE UNGARETTI: SONO UNA CREATURA
Sono una creatura di Giuseppe Ungaretti
Come questa pietra
del monte San Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo.
mercoledì 14 giugno 2023
UGO FOSCOLO:L’ultimo addio (POESIA DEDICATA ALLA FINE DI UN AMORE)
TRATTO DA LIBRERIAMO.IT
L’addio all’amata
Il poeta inizia la poesia confessando
di essere l’unico capace di sapere quanto
abbia amato la donna perduta. La fine
dell’amore provoca in Foscolo un dolore
ancor più grande della morte, ora che lui
si sente “col piè nella fossa”. Nonostante
l’enorme dolore provocato da questo addio,
l’amata “anche in questo frangente ritorni,
come solevi, davanti a questi occhi che morendo
si fissano in te”. Ma l’autore è
“certo del tuo pianto”, ovvero del
fatto che anche l’amata stia soffrendo
per tale situazione.
L’ultimo addio
T’amai, dunque, t’amai, e t’amo ancor
di un amore che non si può concepire
che da me solo. È poco prezzo,
o mio angelo, la morte per chi
ha potuto udir che tu l’ami,
e sentirsi scorrere in tutta
l’anima la voluttà del tuo bacio,
e pianger teco – io sto col piè
nella fossa; eppure tu anche
in questo frangente ritorni,
come solevi, davanti a questi occhi
che morendo si fissano in te,
in te che sacra risplendi
di tutta la tua bellezza…
Io muoio… pieno di te,
e certo del tuo pianto…
mercoledì 31 maggio 2023
poesia per il 2 giugno: G. Leopardi-ALL'ITALIA.
All'Italia di Giacomo Leopardi
O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perché, perchè? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L'itala gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprìr le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l'Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d'Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta, o figli,
L'ora estrema vi parve, onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri, o a splendido convito:
Ma v'attendea lo scuro
Tartaro, e l'onda morta;
Nè le spose vi foro o i figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci moriste e senza pianto.
Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve' come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
O benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa, volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.
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